Studi Indocinesi

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lunedì 1 febbraio 2016

Cambogia: a Phnom Penh i funerali di mons. Destombes


Si sono svolti oggi a Phnom Penh, capitale della Cambogia, i funerali di mons. Emile Destombes, artefice della rinascita della piccola comunità cattolica nel Paese dopo il dramma del genocidio dei Khmer Rossi di Pol Pot. Il presule, missionario delle Missioni Estere di Parigi (Mep), si è spento il 28 gennaio scorso nella capitale cambogiana, sede del Vicariato apostolico che aveva guidato dal 2001 al 2010, dopo essere stato nel 1989 il primo missionario in assoluto a poter rientrare nel Paese dopo la grande tragedia.
Espulso dai Khmer Rossi nel 1975
Nato a Roncq, nell’arcidiocesi di Lille, in Francia, nel 1935, Destombes era arrivato in Cambogia come giovane missionario nel 1965. A Phnom Penh – ricorda la rivista del Pime “Mondo e Missione” - era stato insegnante nel seminario minore e direttore di uno studentato. Poi, dal 1970, aveva diretto il Comitato per gli aiuti alle vittime della guerra, fino alla conquista di Phnom Penh da parte dei khmer rossi, nell’aprile 1975. Espulso insieme a tutti gli altri missionari, aveva insegnato per alcuni anni a Parigi, finché, nel 1979, aveva accolto una nuova chiamata missionaria, partendo per il Brasile, dove era stato parroco per dieci anni nello Stato del Goias. Quando, però, nel 1989 le truppe vietnamite lasciarono la Cambogia, fu lui il primo sacerdote a poter rientrare in qualità di rappresentante di Caritas Internationalis per l’assistenza umanitaria.
Nel 1990 la Messa della Resurrezione
Per un anno rimase l’unico sacerdote straniero nel Paese e poté, quindi, ristabilire i contatti con alcuni dei suoi vecchi studenti. Nell’aprile 1990, poi, ricevette dal regime l’autorizzazione alla riapertura di una chiesa. Così il 14 aprile 1990, nel giorno di Pasqua, padre Destombes poté presiedere la prima Messa pubblica dopo tanti anni. “Quell’evento vide riuniti circa tremila fedeli – ha raccontato all’agenzia Eglise d’Asie padre Vincent Sénéchal, anche lui missionario dei Mep in Cambogia – ed è rimasto nella memoria della Chiesa cambogiana come la Messa della Resurrezione”.
Le spoglie inumate nella parrocchia di San Giuseppe a Phnom Penh
Nominato nel 1997 vescovo coadiutore di mons. Yves Ramousse - il vicario apostolico del periodo precedente al dramma del 1975, anche lui poi rientrato in Cambogia – ne aveva raccolto il testimone nel 2001 fino al 2010, quando gli è succeduto un altro confratello missionario dei Mep, mons. Olivier Schmitthaeusler, che ha concelebrato l’odierna Messa esequiale. Le sue spoglie sono state inumate nella parrocchia di San Giuseppe. (L.Z.)
(Da Radio Vaticana)

venerdì 5 luglio 2013

La storia di Peuw: una finestra sulla Cambogia

Nel 1986 fu pubblicato da Einaudi in prima edizione italiana Les pierres crieront. Une enfance cambodgienne, 1975-1980, uscito due anni prima  a Parigi. Il racconto di Peuw bambina cambogiana (1975-1980) racconta le vicende tormentate di Peuw, una bambina di dodici anni e mezzo all'inizio della storia, scampata miracolosamente alla morte insieme ai suoi tre piccoli cugini durante gli anni della dittatura dei Khmer rossi, dall'evacuazione nell'aprile 1975 della capitale Phnom Penh all'arrivo in Francia, dove viene adottata da una coppia francese che le dà il nome di Molyda Szymusiak. Il volume fu "tradotto e presentato da Natalia Ginzburg", la quale scrisse nella prefazione al volume (pp. VIII-IX): "Ho amato e tradotto Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, senza saper niente sulla Cambogia e chiedendomi perché, nel corso della mia vita, non avevo mai pensato alla Cambogia né avevo letto mai niente che si riferisse a questa terra", per poi concludere: "In verità le terre a cui non ho mai pensato sono innumerevoli, ma riguardo alla Cambogia ho provato, nell'accorgermi di non saperne assolutamente nulla, un senso di colpa e un senso di dispiacere". Appena mitigato dalla consapevolezza d'essere in buona compagnia ("interrogando molte persone intorno a me - prosegue Ginzburg - ho constatato che non molti erano quelli che conoscevano le vicende della Cambogia, in Italia"), il senso di colpa provato dalla scrittrice nasceva dal riconoscere come gli intellettuali di sinistra di allora avessero guardato alla rivoluzione dei Khmer rossi con entusiasmo e partecipazione, salvo poi chiudere gli occhi dinnanzi a ciò che stava realmente accadendo nel
Paese. Onestamente l'autrice di Lessico famigliare si chiedeva il perché del silenzio di coloro che in Europa sapevano cosa stesse realmente accadendo nel piccolo Paese indocinese, come del perché i racconti dei profughi cambogiani giunti in Thailandia non fossero creduti o fossero taciuti. Il dispiacere provato, infine, nasceva dalla partecipazione alle vicende raccontate da Peuw, nuova Anna Frank ma scampata come Primo Levi all'abisso in cui i quasi otto milioni di cambogiani furono scaraventati fra il 17 aprile 1975, giorno nel quale le truppe dei guerriglieri bambini di Pol Pot fecero il loro ingresso nella capitale, rovesciando il governo filoamericano del generale golpista Lon Nol, ed il 7 gennaio 1979, data che segna la liberazione di Phnom Penh da parte dell'esercito vietnamita. Nei tre anni e otto mesi intercorsi, nella "Kampuchea democratica" le città, simbolo di uno stile di vita corrotto, furono evacuate e la popolazione deportata nelle campagne: l'intento era quello di instaurare una sorta di comunismo rurale basato su tecniche agricole medievali. Le pagode vennero abbattute e le scuole chiuse, i monaci come gli intellettuali (insegnanti, medici, artisti, ma era sufficiente indossare un paio di occhiali per perdere la vita) sistematicamente eliminati. L'economia crollò e il riso venne a mancare, provocando nella popolazione lo scoppio di epidemie di colera e di malaria. Impiegati nei lavori forzati nelle campagne, decimati dalla fame e dalla malattia, oltreché vittime delle epurazioni dei Khmer rossi, circa 1.671.000 cambogiani morirono fra il 1975 e il 1978, vale a dire il 21% della popolazione stimata nell'aprile 1975, il cui numero si aggirava attorno alle 7.890.000 unità (Ben Kiernan, The Pol Pot Regime).
Nel dicembre del 1986 compivo 24 anni e gli studenti della "Classe dei Cambogiani" mi regalarono naturalmente una copia del "racconto di Peuw", che conservo gelosamente: una bella dedica sul frontespizio, scritta da Kosal, quasi mio coetaneo, dice: "Noi siamo conosciuti da più di due anni (mesi, in realtà) ma amicizia molto grande come il mondo e speriamo che l'amicizia sempre così e lungo per sempre". Attorno le firme degli studenti in almeno tre alfabeti. Non occorre sottolineare come la lettura del Racconto di Peuw, bambina cambogiana fu un'ulteriore rivelazione che provocò in me una grande simpatia per questo popolo sfortunato, vittima dei suoi aguzzini interni ma anche dell'indifferenza di comodo dell'Occidente, stretto fra ignoranza ed ipocrisia. La storia di Peuw contribuì a rompere quell'indifferenza, dando un volto di bambina alla lontana vicenda cambogiana.