Studi Indocinesi

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martedì 2 febbraio 2016

Mons Destombes, un protagonista della rinascita della Chiesa cambogiana (da: La Stampa, 30 gennaio 2016)

GEROLAMO FAZZINI
ROMA

Nella vicenda della Chiesa cattolica cambogiana, risorta dalle macerie dopo la tragica pagina dei Khmer rossi (1975-1979), la morte di monsignor Émile Destombes, avvenuta l’altro ieri - oggi i solenni funerali a Pnhom Penh - è destinata a diventare una data storica.
Missionario francese dei Mep, monsignor Destombes, deceduto per malattia all’età di 80 anni, è, infatti, uno dei protagonisti della rinascita della Chiesa cattolica cambogiana, che oggi conta circa 20-25mila fedeli su oltre 13 milioni di abitanti: è stato vicario apostolico di Phnom Penh dal 2001 al 2010, oltre che, in precedenza, responsabile della Caritas locale. Di più: Destombes è un’icona di quel cammino di morte e resurrezione patito dai cattolici cambogiani a cavallo degli anni Settanta. Nel 1970 i battezzati erano circa 65mila su 8 milioni di abitanti, dieci anni dopo erano ridotti a poche migliaia e completamente dispersi in tutto il territorio.
Il missionario francese, al pari dei suoi connazionali e di tutti gli stranieri, venne espulso dai Khmer rossi nel 1975. Ma fu proprio lui il primo sacerdote a rientrare nel Paese alla fine degli anni Ottanta. Di lì a poco, avuto l’ok alla riapertura di una chiesa, il 14 aprile 1990, giorno di Pasqua, padre Destombes poté celebrare la prima Messa pubblica dopo tanti anni. «Quell’evento vide riuniti circa tremila fedeli – ha raccontato all’agenzia Eglise d’Asie padre Vincent Sénéchal, anch’egli missionario Mep in Cambogia -. È restata nella memoria della Chiesa della Cambogia come la Messa della Resurrezione».
La morte ha colto Destombes, dopo che da anni era colpito da una malattia degenerativa, nella sua residenza in riva al Mekong, dove viveva con Prakot, sorella di un vescovo cambogiano, Joseph Salas, morto martire nel 1977 e del quale è stato da poco aperto il processo di beatificazione.

Nato nel 1935 in Francia, Destombes era stato ordinato sacerdote nel 1961, nelle file dei Missions Etrangères de Paris (Mep). Nel 1965 era partito per la Cambogia dove, negli anni successivi, svolse diversi incarichi: docente di filosofia al seminario minore di Phnom Penh e direttore di un ostello per studenti, sempre in capitale. Dal 1970 al 1975 padre Destombes lavorò come direttore del Comitato di aiuto per le vittime della guerra, fondato dal confratello Yves Ramousse, fino all’espulsione definitiva dalla Cambogia. Rientrato a Parigi, insegnò teologia ai seminaristi del Mep e lavorò per “Echange France-Asie”, realtà missionaria incaricata di far conoscere l’Asia e le sue Chiese ai francesi.
Riuscì a tornare a Bangkok, in Thailandia - dove riprese contatti con i rifugiati cambogiani - solo nel 1989, dopo la ritirata dei vietnamiti dalla Cambogia, e dopo aver trascorso 10 anni come missionario in Brasile. All’inizio del 1990 Destombes cominciò a rimettere piede in Cambogia, in qualità di rappresentate di Caritas internationalis. Per un intero anno fu il solo sacerdote straniero a vivere in Cambogia. Nel corso degli anni ha lavorato per la ricostruzione della comunità cristiana cambogiana. In quel periodo Destombes fu molto attivo anche nel supportare le nuove presenze missionarie dall’estero, fra cui il Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e le Missionarie della Carità di Madre Teresa, che sbarcarono in Cambogia sul finire del 1990.
Padre Toni Vendramin, pioniere della missione cambogiana del Pime, ricorda bene quel periodo: «Per parecchio tempo la Messa veniva celebrata la domenica nella residenza di padre Émile, ufficialmente rappresentante in Cambogia della Caritas Internationalis». Nell’estate 1991 padre Toni si trasferì alla Caritas, ospite di proprio di Destombes. «In mancanza d’altre strutture ecclesiali, la Caritas è il centro della comunità cristiana», annotava nel suo diario, ripreso in “Missione Cambogia. I primi 25 anni del Pime nella terra dei Khmer” (Emi 2015), curato da chi scrive.

Dalle memorie di padre Vendramin emerge chiaramente l’impegno deciso dell’allora padre Destombes per costituire una Chiesa autenticamente Khmer: «Nonostante la relativa libertà, siamo ancora in uno Stato comunista e gli stranieri, per andare fuori più di 20 chilometri dalla capitale, devono chiedere il permesso al Ministero degli Esteri – si legge in “Missione Cambogia” - . I cristiani khmer sono circa tremila, quelli conosciuti, di cui circa mille a Phnom Penh, il resto sparsi in centri dove non si può andare senza permesso, molto difficile da ottenere. Di loro si prende cura padre Destombes. Ci sono anche diverse comunità di cattolici vietnamiti, per un totale di 10-20 mila persone: di essi si prendono cura due missionari di Maryknoll. Il vescovo Ramousse e padre Émile vogliono dare la precedenza assoluta ai khmer per fare una Chiesa khmer, dato che in precedenza i vietnamiti erano la stragrande maggioranza e dominavano pesantemente la Chiesa, che per questo era considerata straniera. I Maryknoll sostengono che i cristiani vietnamiti non solo non devono essere trascurati, ma anche che potrebbero diventare il nerbo della Chiesa cambogiana».

Tornando alla biografia di Destombes, nel 1997 egli fu nominato vescovo coadiutore di Phnom Penh e, dopo le dimissioni di mons. Ramousse nel 2000, diventò vicario apostolico della capitale, che guidò dal 2001 al 2010, quando consegnò il testimone al giovane vescovo, anch’egli un Mep francese mons. Olivier Schmitthaeusler, tuttora in carica. 

lunedì 1 febbraio 2016

Cambogia: a Phnom Penh i funerali di mons. Destombes


Si sono svolti oggi a Phnom Penh, capitale della Cambogia, i funerali di mons. Emile Destombes, artefice della rinascita della piccola comunità cattolica nel Paese dopo il dramma del genocidio dei Khmer Rossi di Pol Pot. Il presule, missionario delle Missioni Estere di Parigi (Mep), si è spento il 28 gennaio scorso nella capitale cambogiana, sede del Vicariato apostolico che aveva guidato dal 2001 al 2010, dopo essere stato nel 1989 il primo missionario in assoluto a poter rientrare nel Paese dopo la grande tragedia.
Espulso dai Khmer Rossi nel 1975
Nato a Roncq, nell’arcidiocesi di Lille, in Francia, nel 1935, Destombes era arrivato in Cambogia come giovane missionario nel 1965. A Phnom Penh – ricorda la rivista del Pime “Mondo e Missione” - era stato insegnante nel seminario minore e direttore di uno studentato. Poi, dal 1970, aveva diretto il Comitato per gli aiuti alle vittime della guerra, fino alla conquista di Phnom Penh da parte dei khmer rossi, nell’aprile 1975. Espulso insieme a tutti gli altri missionari, aveva insegnato per alcuni anni a Parigi, finché, nel 1979, aveva accolto una nuova chiamata missionaria, partendo per il Brasile, dove era stato parroco per dieci anni nello Stato del Goias. Quando, però, nel 1989 le truppe vietnamite lasciarono la Cambogia, fu lui il primo sacerdote a poter rientrare in qualità di rappresentante di Caritas Internationalis per l’assistenza umanitaria.
Nel 1990 la Messa della Resurrezione
Per un anno rimase l’unico sacerdote straniero nel Paese e poté, quindi, ristabilire i contatti con alcuni dei suoi vecchi studenti. Nell’aprile 1990, poi, ricevette dal regime l’autorizzazione alla riapertura di una chiesa. Così il 14 aprile 1990, nel giorno di Pasqua, padre Destombes poté presiedere la prima Messa pubblica dopo tanti anni. “Quell’evento vide riuniti circa tremila fedeli – ha raccontato all’agenzia Eglise d’Asie padre Vincent Sénéchal, anche lui missionario dei Mep in Cambogia – ed è rimasto nella memoria della Chiesa cambogiana come la Messa della Resurrezione”.
Le spoglie inumate nella parrocchia di San Giuseppe a Phnom Penh
Nominato nel 1997 vescovo coadiutore di mons. Yves Ramousse - il vicario apostolico del periodo precedente al dramma del 1975, anche lui poi rientrato in Cambogia – ne aveva raccolto il testimone nel 2001 fino al 2010, quando gli è succeduto un altro confratello missionario dei Mep, mons. Olivier Schmitthaeusler, che ha concelebrato l’odierna Messa esequiale. Le sue spoglie sono state inumate nella parrocchia di San Giuseppe. (L.Z.)
(Da Radio Vaticana)

mercoledì 17 giugno 2015

L’Eglise du Cambodge ouvre le procès en béatification de 35 martyrs morts sous Pol Pot

L’Eglise du Cambodge ouvre le procès en béatification de 35 martyrs morts sous Pol Pot
Mgr. Salas e alcuni dei 35 martiri di Cambogia

Eglises d'Asie - Agence d'information des Missions Etrangères de Paris  


L’Eglise du Cambodge ouvre le procès en béatification de 35 martyrs morts sous Pol Pot


17/06/2015
Alors que le pape François vient de signer le décret ouvrant la voie à la béatification de 17 martyrs de l’Eglise du Laos, les responsables de l’Eglise catholique au Cambodge lancent le processus qui devrait aboutir à la béatification de 35 martyrs, exécutés ou morts de faim et d’épuisement sous le régime de Pol Pot et des Khmers rouges, au pouvoir entre 1975 et 1979. Si la démarche aboutit, ce sera une première pour le Cambodge, pays qui, à ce jour, ne compte pas de bienheureux et de saints reconnus par l’Eglise.
Pour Mgr Olivier Schmitthaeusler, 44 ans, vicaire apostolique de Phnom Penh, et les évêques des deux autres circonscriptions ecclésiastiques du Cambodge, c’est l’aboutissement d’une démarche entreprise il y a quinze ans, lorsqu’en l’an 2000, en réponse à l’appel du pape Jean-Paul II de faire mémoire des martyrs et de tous ceux qui avaient souffert pour leur foi au cours du XXe siècle, un mémorial dédié aux martyrs du Cambodge avait été inauguré à Taing Kauk (Tang Kok), bourgade rurale chère au cœur de la petite communauté des chrétiens de ce pays.
Le site de Taing Kauk avait été choisi parce que c’est là qu’ont vécu sous le régime communiste des chrétiens de Phnom Penh, de Battambang et de Kompong Thom. C’est là que Mgr Joseph Chhmar Salas, le premier évêque cambodgien, a été déporté avec ses parents et proches et est mort de maladie et de faim en 1977, dans une pagode transformée en hôpital, à la lisière des trois diocèses de Phnom Penh, Battambang et Kompong Cham. C’est là que la croix pectorale de Mgr Salas avait été cachée sous un nid de poule avant d’être transportée à Phnom Penh en 1979 et transmise à Mgr Emile Destombes, coadjuteur de l’évêque de Phnom Penh, lors de son ordination épiscopale en 1997.
C’est donc à Taing Kauk que le vicaire apostolique de Phnom Penh, aux côtés de Mgr Antonysamy Surairaj, préfet apostolique de Kompong Cham, et de Mgr Enrique Figaredo, préfet apostolique de Battambang, se sont rendus le 1er mai dernier pour ouvrir officiellement la phase diocésaine du procès en béatification de 35 martyrs. Mille quatre cents fidèles des trois diocèses de l’Eglise du Cambodge étaient réunis avec eux, signifiant par leur nombre l’importance que revêt pour eux cette démarche.
Eglises d’Asie, Mgr Schmitthaeusler explique que l’ouverture de la phase diocésaine du procès en béatification est en soi un aboutissement. « Pour une Eglise petite comme la nôtre et pauvre en moyens humains et matériels, un tel processus est complexe », précise-t-il, non sans ajouter que cela fait des années que, dans ce pays très jeune où la majorité de la population n’a pas connu le régime khmer rouge, le témoignage donné par les martyrs est transmis aux jeunes catéchumènes et aux jeunes baptisés.
Concrètement, c’est grâce au travail mené par Mgr Yves Ramousse, 87 ans, vicaire apostolique de Phnom Penh de 1962 à 1976 puis de 1992 à 2001, qu’une liste de 35 noms a pu être établie. Outre Mgr Joseph Chhmar Salas (1937-1977), des prêtres – dont cinq pères des Missions Etrangères de Paris –, des religieux et religieuses ainsi que des laïcs y figurent. Trois nationalités sont représentées : Cambodge, Vietnam et France.
L’actuel vicaire apostolique de Phnom Penh ajoute avoir envoyé un prêtre des Missions Etrangères de Thaïlande, en mission à Phnom Penh, étudier le droit canonique à Rome en 2012 ; ce missionnaire, le P. Paul Chatsirey Roeung, est le postulateur de la cause et suivra le dossier lorsque celui-ci sera transmis à la Congrégation pour les causes des saints, au Vatican.
Le 1er mai dernier, à Taing Kauk, Mgr Schmitthaeusler a expliqué aux catholiques rassemblés que toute cette démarche prendra très certainement des années avant d’aboutir, tant la compilation des documents relatifs aux 35 martyrs est difficile étant donné le contexte extrême où ils ont trouvé la mort. Mais il ne cache pas avoir été conforté par l’attention témoigné par le pape François envers cette cause. C’était lors des Journées asiatiques de la jeunesse en Corée du Sud ; le 15 août dernier, lors d’une rencontre avec la jeunesse catholique d’Asie, le pape avait explicitement encouragé l’Eglise du Cambodge à avancer dans cette cause et avait demandé au cardinal Angelo Amato, préfet de la Congrégation pour les causes des saints, de soutenir Mgr Schmitthaeusler dans ce travail.
A propos de ces martyrs, dans son homélie du 1er mai dernier, Mgr Schmitthaeusler déclarait : « En lisant (…) la liste de nos présumés martyrs, c’est le peuple de Dieu dans sa diversité que nous avons rencontrés. Pasteurs et serviteurs, évêques, prêtres, religieux et religieuses avec leurs frères et sœurs chrétiens ont donné ce qu’ils avaient de plus précieux : leur vie.
Pol Pot et les Khmers rouges ont pris leur biens, leur terre, leur métier, leurs églises, leurs écoles, leurs monastères. Mais pas leur vie éclairée par la foi et l’amour reçus le jour de leur baptême ! Oui, c’est ce peuple de vivant que nous célébrons aujourd’hui. C’est de ce peuple dont nous faisons partis. »
Dans une société à 95 % bouddhiste, la petite communauté catholique (autour de 22 000 fidèles) poursuit son chemin de renaissance après avoir été presque totalement anéantie par les persécutions des Khmers rouges et la guerre civile jusqu’en 1990.
(eda/ra)
Eglises d'Asie - Agence d'infomation de Missions Etrangères de Paris

martedì 16 giugno 2015

The martyrdom of Fr. Rapin, the seed of new life for the mission of the Church in Cambodia

40 years after his martyrdom, the French missionary is still remembered as "the good shepherd". From the beginning of his mission to the war, until his death at the hands of the Khmer Rouge. His blood is a "seed" for new Christians. Today, his mission is alive and growing. The story of a PIME priest in Cambodia.


Phnom Penh (AsiaNews) - He only worked in Kdol Leu for three years, but people loved Fr. Pierre Rapin very much and even today, after forty years, remember him as the good shepherd who, in the footsteps of Jesus, gave his life for his sheep (cfr. Jn. 10:11).
Pierre was born July 7, 1926 in the farming village of Boupere in Vendee (France). Son of farmers, he was the third of five children. From an early age he helped his parents in the fields and in the breeding of cows and chickens. Every morning, before dawn, he lent a hand to help in the milking. He loved manual work particularly repairing broken things, such as the old grandfather clock in the house. He was also artistic, loved to sing, and together with his siblings, their songs would lighten the family atmosphere of their home.
Daily prayer and Sunday Mass were part of their rhythm of life. Already as teenagers, Pierre and his siblings were actively involved in the Young Christian Workers. When Pierre was 18 years old, his sister Maria decided to consecrate herself as a religious. A year later, it was the turn of his younger brother, Claude, to make the announcement of wanting to enter the seminary. Their parents put up no opposition.  They may have been losing much needed man power on the farm, but they willingly accepted their children's choice to give themselves completely to the Lord.
At the age of 21 years, Pierre too decided to enter the seminary. Nine years later, with his brother Claude, he was ordained a priest of the Paris Foreign Missions (MEP) and immediately sent as a missionary to Cambodia.
On mission in Cambodia
On arriving in Phnom Penh, Fr. Rapin immediatley dedicated himself to mastering the Khmer and Vietnamese languages, as the Church in Cambodia was mostly established by Vietnamese immigrants. A year later he was sent on mission to Piem Chom, in the east, near the border with Vietnam.
For 10 years he devoted himself to the service of the Christian community there, committed to making known the Lord and His Gospel. He was also dedicated to improving the living condition of the people: he introduced the breeding of chickens and cultivation of vegetables, he created a cooperative for the breeding of silkworms.
Fr. Pierre was concerned with being as close as possible to his  Christians, often going to visit them. On one of these occasions, he ran into a very poor family and was struck by the small Ke, who because of poverty could not go to school. Fr. Rapin asked his mother's permission to take him back to his mission, and from then on the child became like a son for him.
In 1969 he was assigned to a new mission in the village of Ksach Proceh (today Kdol Leu), 40 km north of Kompong Cham, seat of the diocese. There a young Vietnamese priest, Peter Le Van Dung at Ksach Proceh, who had come to study the Khmer language. The Christian community numbered about a thousand: Vietnamese for the majority, and a hundred Khmer. On Sunday, before Mass, the two groups would pray separately in their native language and then gather together for the celebration of the Eucharist in Latin.
As he had done in Piem Cho, Fr. Rapin is dedicated himself to the human and spiritual development of Christians. He visited the sick and poor families. With the help of Ke he founded a chicken farm with several thousand chickens, the idea being to extend this activity to the entire village as a livelihood for families. A lady jokingly began to call him "Father Hen eggs ", a nickname that has stuck to this day!
There was also another Christian community, on the other side of the Mekong River, which Fr. Rapin was responsible for. This is the area of ​​Bong Ket, where there were several rubber plantations owned by the French colonizers. The small church, on Sunday, hosted an assembly of Khmer, Vietnamese and French faithful.Thus Fr.. Rapin gave his homily in three languages!
The war
He had not been in Cambodia even a year, when war broke out. General Lon Nol, backed by the Americans engaged in the war in neighboring Vietnam, taking power in a coup against the pro-communist King Sihanouk.
The mission's activities were severely curtailed, and as early as May 1970 the Khmer Rouge along with Vietkong, enemies of Lon Nol, invaded the Krouchmar area where Fr. Rapin worked. All of the French were forced to flee. Msgr. Andre Lesouef, the apostolic prefect of Kompong Cham, gathered his missionaries to decide what to do. It was decided that the younger priests were to go to Phnom Penh where the situation is calmer, while the older ones would be allowed freedom of choice.
Fr. Rapin returned to his village to seek the advice of his Christian community. He was undecided what to do, at first thinking it would be more appropriate to leave. However, when the community asked him to stay with them, he changed his mind. So he wrote  a note to Fr. François Ponchaud, who was just across the river at that time and was organizing the mass evacuation of Vietnamese Christians on a large barge (the Nationalist government of Lon Nol was becoming increasingly ruthless and calling on citizens to "kill the Vietnamese"). In the note, Fr. Rapin wrote: "The Christians have asked me to stay, it is God's will".
A few days later, the Khmer Rouge organize a camp in Kdol Leu. In June, a reconnaissance plane photographs Fr. Rapin in his house along with Vietkong soldiers. The plane flew over the area several times, the Khmer Rouge became suspicious and ratcheted up pressure on Fr. Rapin questioning him for an entire week.
In early August, the government air force started to carpet bomb the Krouchmar area, considered a hotbed of Vietkong and Khmer Rouge. The mission is hit several times: the church, rectory, school and the adjoining house of the Sisters of Providence ... everything is destroyed. The two priests go to live in a hut and support themselves with the proceeds of their poultry farm. Although the Khmer Rouge along with Vietkong have taken control of the area, Fr. Rapin and Fr. Le Van Dung are allowed to continue their ministry with people without any major problems.
The Mass is celebrated in homes with wine made from wild grapes. Once, even a bottle of champagne was smuggled out to them hidden in the "trunk" of a banana tree! In some cases the Vietkong allowed the two priests to cycle to visit Christians farther afield: Fr. Le Van Dung was permitted to go to Chhlong and Kratie where the Christians had been orphaned fo their priest, Fr. Cadour, killed a few months earlier. In January 1970 three Vietnamese nuns from the town of Snuol, close to Vietnam find refuge in Kdol Leu. Despite the school and convent having been destroyed, the nuns obtained permission to teach children in some huts.
In early 1972, the political situation worsened. The revolutionary forces seized the Bibles and forced Fr. Rapin to hand over the written text of each homily to be censored. The sisters are banned from providing any form of education. Fr. Rapin promises the Christians: "I will stay as long as there is even one of you!".
His death
On January 25, 1972 Fr. Michel Tan, a Vietnamese priest in charge of the community of Prek Kak, across the Mekong in front Kdol Leu, died. Officially he had a heart attack. That same day, Fr. Le Van Dung who had gone to visit the Christians of Kratie, is picked up by Vietkong soldiers. Fr. Le Van Dung realizes that his end had come and he put on his priestly robes. A few days after being imprisoned in a school, he was moved about 2 km outside the city. The night of March 21, he was led away with his hands tied. The next day, a Christian, who used to bring him food to eat, saw a man wearing Fr. Le Van Dung's clothes, but it was not the priest, who perhaps had been killed the night before.
In the night between February 23 and 24, 1972 a mine, planted by the Khmer Rouge, next to Fr. Rapin's hut exploded while he is sleeping. The missionary did not die but  his legs were seriously wounded. Having lost consciousness, Fr. Rapin called Ke, who was sleeping nearby, and asks: "Ke dear, what happened? They planted a bomb, didn't they? ". "Yes father - responds Ke - you know that they did it to kill you." "My son ... if those who wanted to kill me are captured, forgive them, do them no harm! Revenge is useless. Dearest son ... have faith in God ... I loved our Christians so dearly ... ".
At the sound of the explosion, the Christians were woken up with a start and, alarmed, wondered what happened. At the news that  Fr. Rapin had been targeted, they run to his hut. There they find the priest lying prostrate on the ground while Ke and his wife are desperately trying to save him.  Everyone wants to help. Someone picks up the pieces of cloth with Fr. Rapin's blood, and preserved them as the relics of a martyr.
The Khmer Rouge also arrived, forcing Christians to bring Fr. Rapin to Krouchmar hospital, and Ke along with other young people carry him on a stretcher to the hospital 9 km away. They arrived around 7 in the morning, three of them remaining with Fr. Rapin, while the others returned to the village to inform the rest of the people.
The doctors did not seem to want to bother with  the missionary, and only after the constant appeals of the Christians showed some interest prescribing a list of 30 drugs! The community galvanized themselves to raise funds to pay for the medicine and managed to cover the cost of at least 20. Fr. Rapin's condition improved, but only fractionally.
At 2 pm that afternoon, the Khmer Rouge arrived and took Fr. Rapin away with the claim that they could better care for the missionary but forbidding anyone from accompanying him. The Christians put up a strong opposition: "If there is no one with him, father surely die!". "You are just ungrateful! - some Vietkong violently respond - We want to help you and you can only complain". So the Khmer Rouge put Fr. Rapin on a trailer pulled by a bicycle and took him to their hospital.
But by 7 that evening they were already back to hand over the body of the beloved priest to his community. The Christians were deeply shocked because the missionary's condition had not been grave enough to indicate imminent death. Rumors began to circulate that Fr. Rapin had been injected with poison.
Fr. Rapin's body was carried to a small school that had been transformed into a makeshift mortuary chapel. Many Christians came to kneel before the mortal remains of their father who had given his life for them. The next day his body was buried in a nearby place.
From that moment on, the Ksach Proceh / Kdol Leu mission was without a pastor for more than twenty years. The Vietnamese Christians took refuge in Vietnam. Only the Khmer Christians remained forced underground, praying secretly in their homes or in the silence of the rice fields. Then in 1992, Msgr. Andre Lesouef, returned to Cambodia after the signing of peace treaties, and immediately dispatched catechists to resume contact with the Christians of Kdol Leu. Since then several priests, religious sisters and lay faithful have in turn contributed to resurrecting this community that seemed to have been destroyed.
Today the Kdol Leu mission is alive and growing. The blood shed by Fr. Rapin became the seed of live for new Christians. In 2001 Fr. Rapin's remains were exhumed and translated into a stupa in the new land of the mission.  Today they have found their final resting place in the funeral chapel dedicated to him, next to the church of Kdol Leu.
Thanks be to God.
by Luca Bolelli/Asia News  

Read also: http://www.asianews.it/news-en/Fr.-Pierre-Rapin,-martyred-under-the-Khmer-Rouge,-alive-in-Cambodia%E2%80%99s-Catholic-community-26784.html

Fr. Luca Bolelli, a native of Bologna and a priest of the Pontifical Institute for Foreign Missions, has been in Cambodia for eight years.

Aperto il processo diocesano di beatificazione dei martiri cambogiani - Agenzia Fides

Phnom Penh (Agenzia Fides) - La Chiesa cambogiana ha ufficialmente aperto la fase diocesana del processo di beatificazione di 35 martiri, uccisi o lasciati morire durante la persecuzione subita dalla Chiesa sotto il regime di Pol Pot e dei khmer rossi. Lo ha riferito all'Agenzia Fides p. Gustavo Adrian Benitez, PIME, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie per la Conferenza episcopale di Laos e Cambogia. I 35 sono morti tra il 1970 ed il 1977, e sono nativi di Cambogia, Vietnam e Francia.
Il Direttore delle POM informa Fides: “Si tratta del Vescovo cambogiano Joseph Chhmar Salas e di 34 compagni, tra preti, laici, catechisti, missionari, tra i quali alcuni membri della congregazione delle Missioni Estere di Parigi (MEP)”. La celebrazione di solenne apertura del processo si è svolta all'inizio di maggio a Tangkok, villaggio nella provincia di Kompong Thom, ed è stata presieduta dal Vescovo Olivier Schmitthaeusler MEP, Vicario Apostolico di Phnom Penh, alla presenza di numerosi fedeli, sacerdoti, religiosi, missionari, in rappresentanza di tutta la Chiesa cambogiana.
“Con l'inizio del processo, è stata creata una commissione che raccoglierà tutte le testimonianze sulla morte dei 35, alcuni uccisi, altri lasciati morire di fame e di stenti” spiega p. Benitez. L'apertura del processo “è importante a livello storico, perchè aiuterà i cambogiani a ricostruire la storia personale e le loro radici” afferma il Direttore, ma “ha soprattutto valore spirituale: la Chiesa in Cambogia, annullata negli uomini e nelle strutture, ha ripreso a vivere e a crescere". "Riguardando la situazione della Chiesa cambogiana prima, durante e dopo il regime di Pol Pot, si ha la certezza che quei pochi cristiani e martiri coraggiosi hanno mantenuto accesa la luce della fede. La grazia di Dio ha agito anche durante quegli anni bui. E sul sangue di questi martiri, oggi la Chiesa rinasce” conclude p. Benitez.
Una volta conclusa la fase diocesana del processo, se l'esito dell'istruttoria sarà ritenuto positivo, la documentazione verrà inviata in Vaticano, alla Congregazione per le cause dei Santi, che ne curerà la seconda fase. (PA) (Agenzia Fides 16/6/2015)

sabato 31 maggio 2014

La Cambogia vista con gli occhi di Tiziano Terzani. Inaugurata la mostra In Cambogia. Fotografie dell'Archivio Tiziano Terzani"

Viaggio in Cambogia con gli occhi di Tiziano Terzani


VENEZIA. Inaugurata in occasione della giornata di studi “Ricostruire la Cambogia dopo i Khmer Rossi. L’esperienza di vita e di lavoro di Onesta Carpenè”, negli spazi espositivi della Manica Lunga a Venezia, si visita fino al 2 giugno la mostra “In Cambogia. Fotografie dall’Archivio Tiziano Terzani”, a cura di Angela Terzani Staude e Giulia Martini. Comprende ventisei stampe fotografiche originali, una ventina di riproduzioni da negativi, provini autentici e documenti tra dattiloscritti ed estratti stampa dell’epoca. Il progetto nasce in circostanze particolari: grazie ad Angela Staude, vedova Terzani, è in fase di definizione la donazione dell’Archivio di Tiziano Terzani. La Fondazione ha già ricevuto la cospicua Biblioteca di interesse orientale, ricca di circa seimila volumi. L’Archivio è costituito da un’importante raccolta di materiali eterogenei, fondamentali per poter conoscere un mondo intensamente toccato dai grandi cambiamenti storici nel XX secolo. Vi sono tutti gli articoli, ritagliati, pubblicati in Der Spiegel, Repubblica, il Corriere della Sera, l’Espresso, il Giorno, il Messaggero e documenti di accompagno, foto, negativi, appunti, diari; corrispondenza professionale e personale; vecchie macchine da scrivere e fotografiche, carte geografiche, passaporti.
La selezione di immagini e documenti presentata all’interno della mostra riassume una parte di quanto prodotto da Terzani durante il viaggio in Cambogia del 1980. I reportage dalla Cambogia del giornalista fiorentino, che nel 1972 arriva a East of Aden come corrispondente di guerra per il settimanale tedesco Der Spiegel, coprono un arco di circa 25 anni, dall’inizio dei Settanta fino agli anni Novanta del secolo scorso. Questi documenti scandiscono tutti i capitoli della tragedia cambogiana: il colpo di stato contro Sihanouk, i bombardamenti americani, la guerra civile, i crimini di Pol Pot, la confusa e ingovernabile migrazione dei profughi, la liberazione vietnamita, il fallimento delle Nazioni Unite. Tra le varie occasioni in cui Terzani visita la Cambogia per realizzare i suoi dispacci, il viaggio del 1980, oggetto del lungo reportage “Sento ancora le urla nella notte” pubblicato da Der Spiegel nell’aprile dello stesso anno, è sicuramente il più significativo: un’esperienza drammatica, che lo spingerà più tardi a scrivere “quanto ci eravamo sbagliati”. Dopo aver riportato le prime testimonianze sulla tempesta polpottiana attraverso i racconti dei rifugiati che cercavano di passare il confine tra Cambogia e Thailandia, nel marzo del 1980 Terzani riesce finalmente a entrare nel paese, per vedere con i propri occhi “quel tanto di orrore” che solo la realtà riserva.
Tre settimane, 1500 chilometri percorsi e 19 province visitate. Quello che Terzani attraversa non è solo un paese sfigurato dalla guerra, che pure conserva sempre la grande vivacità respirata negli anni Settanta. Non sopravvivono che “i fantasmi” e “gli scheletri delle cose” rimasti dopo le distruzioni. Nelle fotografie emerge il racconto di una precisa e terribile testimonianza, già resa nota a parole e qui riproposta attraverso gli occhi e l’obbiettivo di Tiziano Terzani. “In Cambogia. Fotografie dall’Archivio Tiziano Terzani”Venezia, Isola di San Giorgio Maggiore, Nuova Manica Lunga della Fondazione Cini. Orario: Lunedì - Venerdì: 9 - 16.30 per gli utenti delle Biblioteche della Fondazione Giorgio Cini. Sabato e Domenica: solo tramite il servizio di visite guidate della Fondazione Giorgio Cini. 


martedì 9 luglio 2013

La Cambogia si prepara alle elezioni del 28 luglio 2013

Il prossimo 28 luglio si terranno in Cambogia le elezioni legislative, che dovranno rinnovare l'Assemblea Nazionale, i cui membri avranno il compito di nominare il nuovo Presidente del Consiglio. Il Regno di Cambogia è una monarchia costituzionale: sul trono siede dal 7 ottobre 2004 Norodom Sihamoni, succeduto dopo la sua abdicazione al padre Norodom Sihanouk, scomparso il 15 ottobre 2012 a Pechino. Il Presidente del Consiglio è Hun Sen, al potere quasi ininterrottamente da ventotto anni. La sua formazione politica, il Partito del Popolo Cambogiano (PPC), controlla attualmente 90 dei 123 seggi del Parlamento.
S.M. Norodom Sihamoni
Sette partiti gli contendono il potere. Due sono di maggior rilievo sul piano politico nazionale: il primo è il Partito di Salvezza Nazionale Cambogiano (CNRP) alla cui testa è Sam Rainsy, esule volontario in Francia e sotto minaccia d'arresto nel caso facesse rientro in patria. Il secondo è il Fronte Unito Nazionale per una Cambogia Indipendente, Neutrale, Pacifica e Cooperativa (FUNCINPEC), il Partito monarchico guidato dalla principessa Norodom Arun Rasmey. Gli altri cinque partiti sono politicamente minoritari e poco conosciuti. Essi sono: la Lega per il Partito della Democrazia (LPD), diretto dal vecchio deputato d'opposizione Khem Veasna; il Partito della Nazionalità Cambogiana (PND), guidato da Seng Sokheng; il Partito Democratico per la Repubblica (RPD), diretto da Sokroth Sovan Panhchakseila; il Partito Khmer contro la Povertà, alla cui testa è Daran Kravanh, e il Partito per lo Sviluppo Economico (KPDE) guidato da Huon Chamroeun.
Il potere è nelle mani di Hun Sen e del PPC dal 1985. Ex-khmer rosso, Hun Sen fuggì nel 1977 in Vietnam per sottrarsi alle purghe che in seno ai Khmer Rossi colpivano chiunque fosse anche solamente sospettato di tradimento o di spionaggio. Hun Sen ricopre la carica di Primo Ministro da ormai ventotto anni. Hun Sen è accusato di controllare tutte le leve del potere cambogiano, anche attraverso un'abile strategia "matrimoniale": i suoi figli e le sue figlie si sono sposati con altrettanti figli dei personaggi più influenti del Paese, i quali a loro volta controllano o sono alla testa dei centri nevralgici del potere, fra i quali la televisione di Stato, i ministeri più importanti, l'esercito. Le principali catene televisive diffondono continuamente i suoi discorsi. Sono stati inoltre denunciati numerosi arresti e sparizioni di oppositori politici e di giornalisti.
Primo Ministro Hun Sen
Non mancano accuse di nepotismo: un figlio di Hun Sen, Hun Many, è stato scelto come candidato alle prossime elezioni, afferma The Cambodia Daily, come altri figli di dignitari del regime figurano nelle liste del PPC, fra i quali Dy Vichea, figlio dell'ex-capo della polizia e genero di Hun Sen. Anche il figlio del ministro dell'Interno e quello del vice-Primo Ministro sono fra i candidati. Per quanto riguarda il principale partito d'opposizione, il Partito di Salvezza Nazionale Cambogiano (CNRP), va sottolineato come si tratti di un'alleanza elettorale nata dalla fusione del Sam Rainsy Party e il Partito dei Diritti Umani (HRP). Il leader del partito, Sam Rainsy, è in esilio in Francia dal 2010, dopo essere stato condannato nel 2009 a dodici anni di prigione in seguito a proteste sul confine fra Cambogia e Vietnam ed essere scampato per poco ad un attentato. Le sue critiche alla gestione del potere da parte di Hun Sen - accusato di corruzione, abuso di potere, frodi elettorali e svendita della terra patria ai privati - hanno fatto del CNRP la prima formazione politica che seriamente contesta il governo in carica ed il partito che lo sostiene.
Il leader del CNRP Sam Rainsy
Sabato scorso, 6 luglio 2013, Sam Rainsy ha diffuso un video nel quale ha dichiarato la sua volontà di tornare in Cambogia al fine di partecipare alle elezioni: "Sono molto contento d'informare il popolo cambogiano - ha affermato - che farò ritorno in Cambogia prima dello scrutinio di domenica 28 luglio 2013. Tutto quello che io faccio, è difendere il territorio e proteggere gli interessi nazionali. Io oso sacrificare la mia vita per la nazione". Il leader dell'opposizione rischia d'essere arrestato una volta messo piede a Phnom Penh e posto in prigione.

http://lejournalducambodge.blogspot.it/2013/07/retour-annonce-de-sam-rainsy-au-cambodge.html
http://www.cambodiadaily.com/elections/sam-rainsy-promises-return-before-election-33769/
http://farfalleetrincee.wordpress.com/2013/06/26/le-elezioni-cambogiane-e-lo-spettro-di-pol-pot/#more-718
http://terresottovento.altervista.org/?brevinotizie=cambogia-clima-infuocato-per-le-prossime-elezioni-di-luglio
http://www.bangkokpost.com/news/asia/346086/hun-sen-civil-war-if-opposition-wins

venerdì 5 luglio 2013

La storia di Peuw: una finestra sulla Cambogia

Nel 1986 fu pubblicato da Einaudi in prima edizione italiana Les pierres crieront. Une enfance cambodgienne, 1975-1980, uscito due anni prima  a Parigi. Il racconto di Peuw bambina cambogiana (1975-1980) racconta le vicende tormentate di Peuw, una bambina di dodici anni e mezzo all'inizio della storia, scampata miracolosamente alla morte insieme ai suoi tre piccoli cugini durante gli anni della dittatura dei Khmer rossi, dall'evacuazione nell'aprile 1975 della capitale Phnom Penh all'arrivo in Francia, dove viene adottata da una coppia francese che le dà il nome di Molyda Szymusiak. Il volume fu "tradotto e presentato da Natalia Ginzburg", la quale scrisse nella prefazione al volume (pp. VIII-IX): "Ho amato e tradotto Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, senza saper niente sulla Cambogia e chiedendomi perché, nel corso della mia vita, non avevo mai pensato alla Cambogia né avevo letto mai niente che si riferisse a questa terra", per poi concludere: "In verità le terre a cui non ho mai pensato sono innumerevoli, ma riguardo alla Cambogia ho provato, nell'accorgermi di non saperne assolutamente nulla, un senso di colpa e un senso di dispiacere". Appena mitigato dalla consapevolezza d'essere in buona compagnia ("interrogando molte persone intorno a me - prosegue Ginzburg - ho constatato che non molti erano quelli che conoscevano le vicende della Cambogia, in Italia"), il senso di colpa provato dalla scrittrice nasceva dal riconoscere come gli intellettuali di sinistra di allora avessero guardato alla rivoluzione dei Khmer rossi con entusiasmo e partecipazione, salvo poi chiudere gli occhi dinnanzi a ciò che stava realmente accadendo nel
Paese. Onestamente l'autrice di Lessico famigliare si chiedeva il perché del silenzio di coloro che in Europa sapevano cosa stesse realmente accadendo nel piccolo Paese indocinese, come del perché i racconti dei profughi cambogiani giunti in Thailandia non fossero creduti o fossero taciuti. Il dispiacere provato, infine, nasceva dalla partecipazione alle vicende raccontate da Peuw, nuova Anna Frank ma scampata come Primo Levi all'abisso in cui i quasi otto milioni di cambogiani furono scaraventati fra il 17 aprile 1975, giorno nel quale le truppe dei guerriglieri bambini di Pol Pot fecero il loro ingresso nella capitale, rovesciando il governo filoamericano del generale golpista Lon Nol, ed il 7 gennaio 1979, data che segna la liberazione di Phnom Penh da parte dell'esercito vietnamita. Nei tre anni e otto mesi intercorsi, nella "Kampuchea democratica" le città, simbolo di uno stile di vita corrotto, furono evacuate e la popolazione deportata nelle campagne: l'intento era quello di instaurare una sorta di comunismo rurale basato su tecniche agricole medievali. Le pagode vennero abbattute e le scuole chiuse, i monaci come gli intellettuali (insegnanti, medici, artisti, ma era sufficiente indossare un paio di occhiali per perdere la vita) sistematicamente eliminati. L'economia crollò e il riso venne a mancare, provocando nella popolazione lo scoppio di epidemie di colera e di malaria. Impiegati nei lavori forzati nelle campagne, decimati dalla fame e dalla malattia, oltreché vittime delle epurazioni dei Khmer rossi, circa 1.671.000 cambogiani morirono fra il 1975 e il 1978, vale a dire il 21% della popolazione stimata nell'aprile 1975, il cui numero si aggirava attorno alle 7.890.000 unità (Ben Kiernan, The Pol Pot Regime).
Nel dicembre del 1986 compivo 24 anni e gli studenti della "Classe dei Cambogiani" mi regalarono naturalmente una copia del "racconto di Peuw", che conservo gelosamente: una bella dedica sul frontespizio, scritta da Kosal, quasi mio coetaneo, dice: "Noi siamo conosciuti da più di due anni (mesi, in realtà) ma amicizia molto grande come il mondo e speriamo che l'amicizia sempre così e lungo per sempre". Attorno le firme degli studenti in almeno tre alfabeti. Non occorre sottolineare come la lettura del Racconto di Peuw, bambina cambogiana fu un'ulteriore rivelazione che provocò in me una grande simpatia per questo popolo sfortunato, vittima dei suoi aguzzini interni ma anche dell'indifferenza di comodo dell'Occidente, stretto fra ignoranza ed ipocrisia. La storia di Peuw contribuì a rompere quell'indifferenza, dando un volto di bambina alla lontana vicenda cambogiana.