Studi Indocinesi

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mercoledì 27 marzo 2019

Il Theravada Tripitaka proposto come patrimonio dell'umanità

Sirisena propone all'Unesco il canone buddista come patrimonio dell’umanità

di Melani Manel Perera

Lo scorso gennaio il Theravada Tripitaka è stato decretato patrimonio nazionale. È il testo sacro del buddismo Theravada praticato nell’isola, oltre che in Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos. Presidente: “Così verrebbe preservato il buddismo puro e la continuità della religione per altre migliaia di anni”.




Colombo (AsiaNews) – Il presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena ha proposto che l’Unesco dichiari un canone buddista “patrimonio dell’umanità”. Si tratta del Theravada Tripitaka, il testo sacro del buddismo praticato nell’isola [oltre che in Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos – ndr]. La richiesta è stata consegnata dallo stesso presidente delle mani di Hanaa Singer, coordinatrice residente delle Nazioni Unite, il 23 marzo scorso.

La cerimonia di consegna è avvenuta al Maha Maluwa (Grande terrazza) del tempio del Dente sacro (Temple of the Sacred Tooth Relic) a Kandy. La sua iniziativa è stata lodata dal gruppo buddista Maha Sangha.
Il 5 gennaio scorso il presidente Sirisena ha dichiarato patrimonio nazionale il canone Theravada. La cerimonia si è svolta nel tempio Aluviharaya di Matale. In quella stessa occasione egli aveva manifestato l’intenzione di proporre il pilastro del buddismo anche come patrimonio dell’umanità. Secondo lui, in questo modo verrebbe preservato il buddismo puro e la continuità della religione per altre migliaia di anni.
Il presidente ha affermato che se il testo venisse dichiarato patrimonio Unesco, il merito ricadrebbe sullo Sri Lanka. Alla sua popolazione spetta il compito di “proteggere, coltivare il Tripitaka – che include le predicazioni del Gautama Buddha – e preservarne la scrittura per il mondo”.
Sirisena ricorda che nel 1953 l’ex primo ministro birmano U Nu considerava il canone come “la più importante eredità del buddismo, e descriveva il modo in cui è stato tramandato nella memoria, prima di essere trascritto in Sri Lanka su foglie di ola [palma, ndr] e infine inciso sulla pietra”. Poi ha concluso: “Andremo avanti con la nostra proposta nonostante l’opposizione di qualcuno che ha interessi di parte”.

(articolo tratto da asianews.it)

lunedì 14 gennaio 2019

Cina-Cambogia: il premier cambogiano Hun Sen in visita a Pechino dal 20 gennaio

Cina-Cambogia: premier cambogiano Hun Sen in visita a Pechino dal 20 gennaio


Pechino, 14 gen 12:00 - (Agenzia Nova) - Il primo ministro della Cambogia Samdech Techo Hun Sen si recherà in visita ufficiale in Cina dal 20 al 23 gennaio a seguito dell'invito del premier cinese Li Keqiang. Lo ha annunciato oggi il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying. L'ultima visita a Pechino del premier cambogiano Hun Sen risale allo scorso giugno ed era avvenuta per discutere lo stato delle relazioni bilaterali con alti esponenti del governo cinese. In quell'occasione, Hun Sen aveva incontrato il consigliere di Stato e ministro della Difesa cinese Wei Fenghe, cui aveva ribadito l'importanza attribuita da Phnom Penh all'amicizia tra i due paesi e la gratitudine per il sostegno della Cina allo sviluppo socioeconomico e delle capacità difensive cambogiani. Hun Sen si era profuso in elogi per i successi conseguiti dalla Cina sotto la leadership del presidente Xi Jinping.


Il primo ministro Hun Sen, criticato dalla comunità internazionale per presunte violazioni della libertà di stampa e dei diritti umani, aveva però incassato il pieno sostegno della Cina nelle elezioni generali del 29 luglio scorso, che lo hanno consacrato alla guida del paese. Pechino ha infatti contestato apertamente i paesi occidentali, esortandoli a garantire ai paesi più vulnerabili della regione “investimenti, non lezioni”. La Cina sta praticando questa dottrina con particolare convinzione proprio in Cambogia, dove sta finanziando la costruzione di vaste infrastrutture sportive che dovrebbero ospitare i Giochi del Sud-est Asiatico del 2023.

Lo stadio, dal costo approssimativo di 157 milioni di dollari e dalla capienza programmata di 55 mila posti, è il primo e più importante progetto infrastrutturale della cosiddetta “Città dell’amicizia Cambogia-Cina”: un centro che sorgerà 15 chilometri a nord della capitale Phnom Penh, in un’area semideserta, e che includerà anche centri commerciali, un campo da golf e un parco safari. I lavori di costruzione dello stadio sono iniziati alla fine del 2016, e il cantiere, che è vietato riprendere, pare occupare lavoratori cinesi. L’intero progetto è finanziato da Pechino, come dichiarato orgogliosamente dal premier Hun Sen, affermando che la sovvenzione per la realizzazione dello stadio è la più consistente mai concessa dalla Cina per un progetto infrastrutturale all’estero. Il progetto prevede anche la realizzazione di un complesso residenziale di lusso, destinato ad ospitare facoltosi cittadini cinesi.

La Cambogia è dipesa per un quarto di secolo dagli aiuti economici dell’Occidente. Negli ultimi anni, però – proprio in concomitanza con la decisa svolta autocratica del premier Hun Sen – Phnom Penh è divenuta uno dei principali recipienti di investimenti cinesi, come evidenziato da un rapporto del dipartimento di Stato Usa, che riporta dati del Consiglio per lo sviluppo della Cambogia (Cdc). Tra il 2010 e il 2016, la Cina ha investito 9 miliardi di dollari nella Cambogia, che è divenuto così uno dei principali destinatari degli aiuti economici di Pechino nel mondo, seconda soltanto alla Malesia. Nel 2016, Pechino ha operato nel paese più investimenti di quanto abbia fatto il Regno stesso, diventando così la prima fonte di capitali della Cambogia in assoluto.

La Cina si è avvicinata a Phnom Penh anche perché posta di fronte all’ostilità di Vietnam e Filippine per le dispute relative alla sovranità sul Mar Cinese Meridionale; Pechino ha scorto nella Cambogia, membro dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (Asean), una “leva” ideale per impedire l’approvazione di una mozione unanime di quell’organizzazione contro l’espansionismo marittimo cinese. In precedenza Pechino ha scorto la stessa opportunità nel Myanmar, sempre più isolato sul piano internazionale per le gravi violenze contro la minoranza musulmana rohingya. Alla Cambogia, la Cina ha promesso ingenti investimenti infrastrutturali, sotto “l’ombrello” dell’ambiziosa iniziativa della nuova Via della seta. In cambio del suo deciso orientamento pro-cinese, Hun Sen ha ricavato soprattutto un potente alleato politico, grazie al quale ha potuto operare la brusca stretta autoritaria culminata nello scioglimento del Cnrp, il principale partito di opposizione democratica del paese.

mercoledì 9 gennaio 2019

Preah Vihear, Cambogia

Preah Vihear, Cambogia

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin (Unesco), scruta il Patrimonio mondiale

da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019

Bassorilievo con il mito della burrificazione del mare di latte (Kshirasagara manthana)
Mille anni fa, al tempo della massima estensione dell’Impero Khmer nel Sud-Est asiatico, i sovrani della grande città di Angkor decisero di costruire un importante santuario in una zona che per secoli era stata utilizzata da piccoli eremitaggi monastici, in cima a un promontorio roccioso che sovrasta, a 700 metri di quota, tutta la grande pianura cambogiana. Fondato nel IX secolo dal figlio del re Jayavarman II, il sito di Preah Vihear («monastero sacro» in lingua Khmer) venne gradualmente trasformato in un importante luogo di pellegrinaggio, dedicato alla divinità induista Shiva (e anche del dio Vishnu). Negli anni tra il 1005 e il 1050 d.C. il re Sûryavarman I fece costruire la parte centrale del santuario, che venne poi completato nel XII secolo da Suryavarman II.

Il sito, con la sua struttura perfettamente leggibile e la vista grandiosa sulla pianura sottostante, è una testimonianza eccezionale della capacità della cultura Khmer di modellare un vasto territorio e di adattare l’architettura al paesaggio. La sua posizione eccezionale, sulla vetta del promontorio, lo ha protetto nel corso dei secoli da devastazioni e distruzioni. Il santuario, tuttavia, corse un grave pericolo alla fine del XX secolo, quando divenne una base militare dei Khmer rossi, che lo occuparono fino alla fine del loro potere, nel 1997, lasciando poi all’interno un grande numero di mine che impedirono per anni l’accesso al monumento.

Il complesso è disposto lungo un asse monumentale di circa 800 metri in leggera salita verso la cima del promontorio dove si trova il santuario centrale. Il percorso, che corrisponde a un itinerario sacro, è ritmato da 5 grandi porte monumentali (gopura). Il percorso è attrezzato con scalinate e rampe, lungo le quali si incontrano cisterne per l’acqua, gallerie, sale ed edifici monastici.

Il santuario centrale, che si trova sul ciglio del promontorio, è formato da due sistemi di gallerie disposte a forma di chiostro, una tipologia che probabilmente ha influenzato, più tardi, quella del celebre tempio di Ankgor Wat, e da alcuni edifici laterali. Anche se l’accesso al santuario avviene oggi dal lato tailandese, tradizionalmente era possibile arrivare dalla pianura attraverso una lunga scalinata che supera, con oltre 3mila gradini, un dislivello di quasi 500 metri. A questa struttura, che è in condizioni di degrado, oggi è stata affiancata una scalinata in legno. Le strutture architettoniche del santuario sono realizzate principalmente in grès, pietra estratta nella zona a seguito di un’importante operazione di livellamento della montagna, che ha consentito di realizzare il percorso sacro. Alcune parti del complesso, tuttavia, sono state costruite con materiali portati dalla pianura, quali mattoni cotti, travi in legno o elementi di copertura. Grande importanza hanno anche gli apparati decorativi scultorei. Su moltissimi timpani e travi si trovano scolpiti bassorilievi con scene della mitologia induista, come per esempio il celebre mito cosmologico della burrificazione del mare di latte (il Kshirasagara manthana).

Nonostante le ingiurie del tempo e alcune manomissioni subite durante il recente conflitto, il sito ha conservato un elevato grado di autenticità e di integrità, il che ha permesso nel 2008 la sua iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale Unesco. Tuttavia, importanti lavori di restauro e di consolidamento sono necessari per impedire ulteriori crolli delle strutture, dovuti a terremoti e alla fatiscenza dei materiali. Inoltre, un rischio importante per la conservazione del sito è rappresentato dalla tensione politica che è esistita a lungo, per il controllo della zona, tra la Cambogia e la Thailandia, il cui confine si trova a poche decine di metri di distanza dall’ingresso al monumento. Nonostante il sito sia legato indiscutibilmente alla cultura cambogiana, in epoca coloniale un accordo sui confini tra il regno del Siam e la Francia, allora potenza occupante della Cambogia, attribuì la sovranità della zona del santuario alla Thailandia. Dopo la fine della colonizzazione, la Corte di Giustizia dell’Aia accolse il ricorso della Cambogia, a cui attribuì la sovranità del sito, purtroppo senza definire con precisione i confini. Questo creò una forte tensione tra i due Paesi, al punto che, dopo l’iscrizione del sito nella lista del Patrimonio mondiale, avvennero anche scontri armati, con vittime e danni al santuario. Per fortuna oggi si è trovato un modus vivendi pacifico, ma in tutta la zona esiste una forte presenza militare, a testimonianza delle difficoltà che molti siti in zone contese incontrano anche quando sono protetti dalle convenzioni internazionali.

Francesco Bandarin è consigliere speciale dell’Unesco per il patrimonio.
Le opinioni qui espresse sono dell’autore e non impegnano l’Unesco
Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019

sabato 30 dicembre 2017

Kampot, restituita la cattedrale sul monte Bokor

Costruita dai francesi nel 1917, la chiesa è stata abbandonata per decenni. Decisivo l’intervento del ministero dell’Ambiente. Alla Chiesa cattolica il compito di restaurare l’edificio. Ultimati i lavori, si pensa all’istituzione di un santuario.

Kampot (AsiaNews) – Il governo cambogiano restituisce ai cattolici la cattedrale sulla vetta del monte Bokor, costruita in epoca coloniale dai francesi nella provincia meridionale di Kampot. Attraverso il ministero dell'Ambiente, le autorità affidano alla Chiesa locale la custodia dell'edificio, abbandonato dai tempi della guerra civile ed in pessime condizioni strutturali.

La cerimonia della consegna ha avuto luogo lo scorso 24 dicembre, alla presenza di una delegazione del dicastero, guidata dal ministro Say Samal, e di mons. Olivier Michel Marie Schmitthaeusler, vicario apostolico a Phnom Penh. Vi hanno preso parte anche Chea Sam Ang, direttore del Dipartimento governativo per la conservazione e protezione del patrimonio naturale, ed i vertici dell’Ufficio cattolico nazionale per la comunicazione sociale. Durante il suo intervento, il ministro ha dichiarato che il governo ha deciso di consegnare la chiesa, costruita nel 1917, alla comunità cattolica per il suo mantenimento, restauro e per la pratica religiosa. “Significa che il governo riconosce tutte le religioni ed il diritto del popolo a praticare la propria fede", ha affermato.

Intervistato da AsiaNews, p. Gianluca Tavola, superiore delegato del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) in Cambogia, esprime la soddisfazione dei cattolici locali. “Seppur costruita in epoca coloniale – dichiara il sacerdote – per la fede della nostra gente questo luogo di culto è una testimonianza della secolare presenza della Chiesa cattolica nel Paese. La comunità cristiana di Kampot è di fede recente, risalee al massimo a 20-22 anni fa. La restituzione dell’edificio pone fine ad un processo durato anni, durante i quali abbiamo fatto diverse richieste per riaverlo indietro. Ci eravamo rivolti alla Provincia, alla compagnia che ha preso in affitto dal governo tutta la montagna, prima di essere indirizzati al ministero dell’Ambiente, che ha reso possibile la riconsegna”.

“La notizia della decisione presa dalle autorità giunta solo una decina di giorni fa – prosegue p. Tavola – e tutto è avvenuto in maniera molto rapida. Noi pensiamo più all’istituzione di un santuario, che ad una parrocchia. Sulla montagna infatti non è presente una comunità cristiana. Data la bellezza del luogo, questo sarà per i cattolici di Kampot e di tutta la Cambogia un punto di riferimento per pellegrinaggi e ritiri spirituali, se riusciremo a costruire le strutture necessarie. L’edificio è completamente spoglio al suo interno. Gli interventi di ristrutturazione saranno a carico della Chiesa, anche se il ministro ha dato disponibilità per assisterci nei lavori, più che altro da un punto di visto burocratico. (Asia News).

lunedì 1 febbraio 2016

Cambogia: a Phnom Penh i funerali di mons. Destombes


Si sono svolti oggi a Phnom Penh, capitale della Cambogia, i funerali di mons. Emile Destombes, artefice della rinascita della piccola comunità cattolica nel Paese dopo il dramma del genocidio dei Khmer Rossi di Pol Pot. Il presule, missionario delle Missioni Estere di Parigi (Mep), si è spento il 28 gennaio scorso nella capitale cambogiana, sede del Vicariato apostolico che aveva guidato dal 2001 al 2010, dopo essere stato nel 1989 il primo missionario in assoluto a poter rientrare nel Paese dopo la grande tragedia.
Espulso dai Khmer Rossi nel 1975
Nato a Roncq, nell’arcidiocesi di Lille, in Francia, nel 1935, Destombes era arrivato in Cambogia come giovane missionario nel 1965. A Phnom Penh – ricorda la rivista del Pime “Mondo e Missione” - era stato insegnante nel seminario minore e direttore di uno studentato. Poi, dal 1970, aveva diretto il Comitato per gli aiuti alle vittime della guerra, fino alla conquista di Phnom Penh da parte dei khmer rossi, nell’aprile 1975. Espulso insieme a tutti gli altri missionari, aveva insegnato per alcuni anni a Parigi, finché, nel 1979, aveva accolto una nuova chiamata missionaria, partendo per il Brasile, dove era stato parroco per dieci anni nello Stato del Goias. Quando, però, nel 1989 le truppe vietnamite lasciarono la Cambogia, fu lui il primo sacerdote a poter rientrare in qualità di rappresentante di Caritas Internationalis per l’assistenza umanitaria.
Nel 1990 la Messa della Resurrezione
Per un anno rimase l’unico sacerdote straniero nel Paese e poté, quindi, ristabilire i contatti con alcuni dei suoi vecchi studenti. Nell’aprile 1990, poi, ricevette dal regime l’autorizzazione alla riapertura di una chiesa. Così il 14 aprile 1990, nel giorno di Pasqua, padre Destombes poté presiedere la prima Messa pubblica dopo tanti anni. “Quell’evento vide riuniti circa tremila fedeli – ha raccontato all’agenzia Eglise d’Asie padre Vincent Sénéchal, anche lui missionario dei Mep in Cambogia – ed è rimasto nella memoria della Chiesa cambogiana come la Messa della Resurrezione”.
Le spoglie inumate nella parrocchia di San Giuseppe a Phnom Penh
Nominato nel 1997 vescovo coadiutore di mons. Yves Ramousse - il vicario apostolico del periodo precedente al dramma del 1975, anche lui poi rientrato in Cambogia – ne aveva raccolto il testimone nel 2001 fino al 2010, quando gli è succeduto un altro confratello missionario dei Mep, mons. Olivier Schmitthaeusler, che ha concelebrato l’odierna Messa esequiale. Le sue spoglie sono state inumate nella parrocchia di San Giuseppe. (L.Z.)
(Da Radio Vaticana)

martedì 23 giugno 2015

Aventure en Indochine (1946-1954) - Fr3 Documentaire 2015

L'histoire de la présence française en Extrême-Orient entre 1930 et 1950 à travers les destins de «petits blancs» partis y chercher l'aventure.

Diffusé sur France 3 le jeudi 28 mai 2015 à 23:40 - Durée : 1 h 30

Au lendemain de la Seconde Guerre mondiale, dans une Indochine pourtant marquée par des années de guerre et la montée de la contestation, des «petits blancs» vivent et travaillent, dans les banques ou encore les entreprises. Le documentaire part sur les traces de Jean, un jeune aventurier qui part tenter sa chance en Indochine en 1945. Sur sa route, il croise des hommes et des femmes qui constituent, comme lui, le ferment de la présence française en Indochine. Le récit des vies de ces grandes familles expatriées, et de ces marins, médecins, institutrices et autres soldats, permet de découvrir l'Indochine des années 20, 30 et 40.

martedì 16 giugno 2015

The martyrdom of Fr. Rapin, the seed of new life for the mission of the Church in Cambodia

40 years after his martyrdom, the French missionary is still remembered as "the good shepherd". From the beginning of his mission to the war, until his death at the hands of the Khmer Rouge. His blood is a "seed" for new Christians. Today, his mission is alive and growing. The story of a PIME priest in Cambodia.


Phnom Penh (AsiaNews) - He only worked in Kdol Leu for three years, but people loved Fr. Pierre Rapin very much and even today, after forty years, remember him as the good shepherd who, in the footsteps of Jesus, gave his life for his sheep (cfr. Jn. 10:11).
Pierre was born July 7, 1926 in the farming village of Boupere in Vendee (France). Son of farmers, he was the third of five children. From an early age he helped his parents in the fields and in the breeding of cows and chickens. Every morning, before dawn, he lent a hand to help in the milking. He loved manual work particularly repairing broken things, such as the old grandfather clock in the house. He was also artistic, loved to sing, and together with his siblings, their songs would lighten the family atmosphere of their home.
Daily prayer and Sunday Mass were part of their rhythm of life. Already as teenagers, Pierre and his siblings were actively involved in the Young Christian Workers. When Pierre was 18 years old, his sister Maria decided to consecrate herself as a religious. A year later, it was the turn of his younger brother, Claude, to make the announcement of wanting to enter the seminary. Their parents put up no opposition.  They may have been losing much needed man power on the farm, but they willingly accepted their children's choice to give themselves completely to the Lord.
At the age of 21 years, Pierre too decided to enter the seminary. Nine years later, with his brother Claude, he was ordained a priest of the Paris Foreign Missions (MEP) and immediately sent as a missionary to Cambodia.
On mission in Cambodia
On arriving in Phnom Penh, Fr. Rapin immediatley dedicated himself to mastering the Khmer and Vietnamese languages, as the Church in Cambodia was mostly established by Vietnamese immigrants. A year later he was sent on mission to Piem Chom, in the east, near the border with Vietnam.
For 10 years he devoted himself to the service of the Christian community there, committed to making known the Lord and His Gospel. He was also dedicated to improving the living condition of the people: he introduced the breeding of chickens and cultivation of vegetables, he created a cooperative for the breeding of silkworms.
Fr. Pierre was concerned with being as close as possible to his  Christians, often going to visit them. On one of these occasions, he ran into a very poor family and was struck by the small Ke, who because of poverty could not go to school. Fr. Rapin asked his mother's permission to take him back to his mission, and from then on the child became like a son for him.
In 1969 he was assigned to a new mission in the village of Ksach Proceh (today Kdol Leu), 40 km north of Kompong Cham, seat of the diocese. There a young Vietnamese priest, Peter Le Van Dung at Ksach Proceh, who had come to study the Khmer language. The Christian community numbered about a thousand: Vietnamese for the majority, and a hundred Khmer. On Sunday, before Mass, the two groups would pray separately in their native language and then gather together for the celebration of the Eucharist in Latin.
As he had done in Piem Cho, Fr. Rapin is dedicated himself to the human and spiritual development of Christians. He visited the sick and poor families. With the help of Ke he founded a chicken farm with several thousand chickens, the idea being to extend this activity to the entire village as a livelihood for families. A lady jokingly began to call him "Father Hen eggs ", a nickname that has stuck to this day!
There was also another Christian community, on the other side of the Mekong River, which Fr. Rapin was responsible for. This is the area of ​​Bong Ket, where there were several rubber plantations owned by the French colonizers. The small church, on Sunday, hosted an assembly of Khmer, Vietnamese and French faithful.Thus Fr.. Rapin gave his homily in three languages!
The war
He had not been in Cambodia even a year, when war broke out. General Lon Nol, backed by the Americans engaged in the war in neighboring Vietnam, taking power in a coup against the pro-communist King Sihanouk.
The mission's activities were severely curtailed, and as early as May 1970 the Khmer Rouge along with Vietkong, enemies of Lon Nol, invaded the Krouchmar area where Fr. Rapin worked. All of the French were forced to flee. Msgr. Andre Lesouef, the apostolic prefect of Kompong Cham, gathered his missionaries to decide what to do. It was decided that the younger priests were to go to Phnom Penh where the situation is calmer, while the older ones would be allowed freedom of choice.
Fr. Rapin returned to his village to seek the advice of his Christian community. He was undecided what to do, at first thinking it would be more appropriate to leave. However, when the community asked him to stay with them, he changed his mind. So he wrote  a note to Fr. François Ponchaud, who was just across the river at that time and was organizing the mass evacuation of Vietnamese Christians on a large barge (the Nationalist government of Lon Nol was becoming increasingly ruthless and calling on citizens to "kill the Vietnamese"). In the note, Fr. Rapin wrote: "The Christians have asked me to stay, it is God's will".
A few days later, the Khmer Rouge organize a camp in Kdol Leu. In June, a reconnaissance plane photographs Fr. Rapin in his house along with Vietkong soldiers. The plane flew over the area several times, the Khmer Rouge became suspicious and ratcheted up pressure on Fr. Rapin questioning him for an entire week.
In early August, the government air force started to carpet bomb the Krouchmar area, considered a hotbed of Vietkong and Khmer Rouge. The mission is hit several times: the church, rectory, school and the adjoining house of the Sisters of Providence ... everything is destroyed. The two priests go to live in a hut and support themselves with the proceeds of their poultry farm. Although the Khmer Rouge along with Vietkong have taken control of the area, Fr. Rapin and Fr. Le Van Dung are allowed to continue their ministry with people without any major problems.
The Mass is celebrated in homes with wine made from wild grapes. Once, even a bottle of champagne was smuggled out to them hidden in the "trunk" of a banana tree! In some cases the Vietkong allowed the two priests to cycle to visit Christians farther afield: Fr. Le Van Dung was permitted to go to Chhlong and Kratie where the Christians had been orphaned fo their priest, Fr. Cadour, killed a few months earlier. In January 1970 three Vietnamese nuns from the town of Snuol, close to Vietnam find refuge in Kdol Leu. Despite the school and convent having been destroyed, the nuns obtained permission to teach children in some huts.
In early 1972, the political situation worsened. The revolutionary forces seized the Bibles and forced Fr. Rapin to hand over the written text of each homily to be censored. The sisters are banned from providing any form of education. Fr. Rapin promises the Christians: "I will stay as long as there is even one of you!".
His death
On January 25, 1972 Fr. Michel Tan, a Vietnamese priest in charge of the community of Prek Kak, across the Mekong in front Kdol Leu, died. Officially he had a heart attack. That same day, Fr. Le Van Dung who had gone to visit the Christians of Kratie, is picked up by Vietkong soldiers. Fr. Le Van Dung realizes that his end had come and he put on his priestly robes. A few days after being imprisoned in a school, he was moved about 2 km outside the city. The night of March 21, he was led away with his hands tied. The next day, a Christian, who used to bring him food to eat, saw a man wearing Fr. Le Van Dung's clothes, but it was not the priest, who perhaps had been killed the night before.
In the night between February 23 and 24, 1972 a mine, planted by the Khmer Rouge, next to Fr. Rapin's hut exploded while he is sleeping. The missionary did not die but  his legs were seriously wounded. Having lost consciousness, Fr. Rapin called Ke, who was sleeping nearby, and asks: "Ke dear, what happened? They planted a bomb, didn't they? ". "Yes father - responds Ke - you know that they did it to kill you." "My son ... if those who wanted to kill me are captured, forgive them, do them no harm! Revenge is useless. Dearest son ... have faith in God ... I loved our Christians so dearly ... ".
At the sound of the explosion, the Christians were woken up with a start and, alarmed, wondered what happened. At the news that  Fr. Rapin had been targeted, they run to his hut. There they find the priest lying prostrate on the ground while Ke and his wife are desperately trying to save him.  Everyone wants to help. Someone picks up the pieces of cloth with Fr. Rapin's blood, and preserved them as the relics of a martyr.
The Khmer Rouge also arrived, forcing Christians to bring Fr. Rapin to Krouchmar hospital, and Ke along with other young people carry him on a stretcher to the hospital 9 km away. They arrived around 7 in the morning, three of them remaining with Fr. Rapin, while the others returned to the village to inform the rest of the people.
The doctors did not seem to want to bother with  the missionary, and only after the constant appeals of the Christians showed some interest prescribing a list of 30 drugs! The community galvanized themselves to raise funds to pay for the medicine and managed to cover the cost of at least 20. Fr. Rapin's condition improved, but only fractionally.
At 2 pm that afternoon, the Khmer Rouge arrived and took Fr. Rapin away with the claim that they could better care for the missionary but forbidding anyone from accompanying him. The Christians put up a strong opposition: "If there is no one with him, father surely die!". "You are just ungrateful! - some Vietkong violently respond - We want to help you and you can only complain". So the Khmer Rouge put Fr. Rapin on a trailer pulled by a bicycle and took him to their hospital.
But by 7 that evening they were already back to hand over the body of the beloved priest to his community. The Christians were deeply shocked because the missionary's condition had not been grave enough to indicate imminent death. Rumors began to circulate that Fr. Rapin had been injected with poison.
Fr. Rapin's body was carried to a small school that had been transformed into a makeshift mortuary chapel. Many Christians came to kneel before the mortal remains of their father who had given his life for them. The next day his body was buried in a nearby place.
From that moment on, the Ksach Proceh / Kdol Leu mission was without a pastor for more than twenty years. The Vietnamese Christians took refuge in Vietnam. Only the Khmer Christians remained forced underground, praying secretly in their homes or in the silence of the rice fields. Then in 1992, Msgr. Andre Lesouef, returned to Cambodia after the signing of peace treaties, and immediately dispatched catechists to resume contact with the Christians of Kdol Leu. Since then several priests, religious sisters and lay faithful have in turn contributed to resurrecting this community that seemed to have been destroyed.
Today the Kdol Leu mission is alive and growing. The blood shed by Fr. Rapin became the seed of live for new Christians. In 2001 Fr. Rapin's remains were exhumed and translated into a stupa in the new land of the mission.  Today they have found their final resting place in the funeral chapel dedicated to him, next to the church of Kdol Leu.
Thanks be to God.
by Luca Bolelli/Asia News  

Read also: http://www.asianews.it/news-en/Fr.-Pierre-Rapin,-martyred-under-the-Khmer-Rouge,-alive-in-Cambodia%E2%80%99s-Catholic-community-26784.html

Fr. Luca Bolelli, a native of Bologna and a priest of the Pontifical Institute for Foreign Missions, has been in Cambodia for eight years.

Aperto il processo diocesano di beatificazione dei martiri cambogiani - Agenzia Fides

Phnom Penh (Agenzia Fides) - La Chiesa cambogiana ha ufficialmente aperto la fase diocesana del processo di beatificazione di 35 martiri, uccisi o lasciati morire durante la persecuzione subita dalla Chiesa sotto il regime di Pol Pot e dei khmer rossi. Lo ha riferito all'Agenzia Fides p. Gustavo Adrian Benitez, PIME, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie per la Conferenza episcopale di Laos e Cambogia. I 35 sono morti tra il 1970 ed il 1977, e sono nativi di Cambogia, Vietnam e Francia.
Il Direttore delle POM informa Fides: “Si tratta del Vescovo cambogiano Joseph Chhmar Salas e di 34 compagni, tra preti, laici, catechisti, missionari, tra i quali alcuni membri della congregazione delle Missioni Estere di Parigi (MEP)”. La celebrazione di solenne apertura del processo si è svolta all'inizio di maggio a Tangkok, villaggio nella provincia di Kompong Thom, ed è stata presieduta dal Vescovo Olivier Schmitthaeusler MEP, Vicario Apostolico di Phnom Penh, alla presenza di numerosi fedeli, sacerdoti, religiosi, missionari, in rappresentanza di tutta la Chiesa cambogiana.
“Con l'inizio del processo, è stata creata una commissione che raccoglierà tutte le testimonianze sulla morte dei 35, alcuni uccisi, altri lasciati morire di fame e di stenti” spiega p. Benitez. L'apertura del processo “è importante a livello storico, perchè aiuterà i cambogiani a ricostruire la storia personale e le loro radici” afferma il Direttore, ma “ha soprattutto valore spirituale: la Chiesa in Cambogia, annullata negli uomini e nelle strutture, ha ripreso a vivere e a crescere". "Riguardando la situazione della Chiesa cambogiana prima, durante e dopo il regime di Pol Pot, si ha la certezza che quei pochi cristiani e martiri coraggiosi hanno mantenuto accesa la luce della fede. La grazia di Dio ha agito anche durante quegli anni bui. E sul sangue di questi martiri, oggi la Chiesa rinasce” conclude p. Benitez.
Una volta conclusa la fase diocesana del processo, se l'esito dell'istruttoria sarà ritenuto positivo, la documentazione verrà inviata in Vaticano, alla Congregazione per le cause dei Santi, che ne curerà la seconda fase. (PA) (Agenzia Fides 16/6/2015)

mercoledì 7 agosto 2013

Italiani in Cambogia. Il carbone dalle noci di cocco: la Sgfe di Carlo Figà Talamanca

In Cambogia l'80% della popolazione utilizza il carbone per alimentare le proprie cucine, scaldare l'acqua, produrre, ricavandolo però dal legname delle foreste e depauperando così l'ambiente naturale. La Cambogia è uno dei Paesi più deforestati del mondo a causa del taglio illegale degli alberi e dello sviluppo dei terreni agricoli. L'inquinamento da combustibile è una delle principali cause dell'inquinamento atmosferico dopo le automobili.
Un ingegnere italiano, Carlo Figà Talamanca, ha trovato a Phnom Penh il sistema di produrre una carbonella ecosostenibile dai gusci delle noci di cocco, realizzando un combustibile quasi non inquinante ed amico dell'ambiente. Rilevata nel gennaio 2012 la SGFE (Sustainable Green Fuel Enterprise), una piccola impresa nata nel 2008 da una Ong francese, la Groupe Énergies Renouvelables, Environnement et Solidarité (GERES), Carlo Figà Talamanca, esperto di technology transfer, l'ha rilanciata incrementando notevolmente la produzione della carbonella ecofriendly (dalle 4 tonnellate iniziali alle 15-20 di adesso) e conseguentemente il numero degli addetti alla trasformazione dei gusci delle noci di cocco, i quali percepiscono uno stipendio soddisfacente insieme ad assicurazione e altri incentivi. La raccolta dei gusci delle noci di cocco nei mercati alimenta inoltre un'economia di fornitori che vendono direttamente all'azienda i gusci da trasformare.


Vedi anche:
http://www.sgfe-cambodia.com/
Le noci, il carbone e un ingegnere italiano in Cambogia
http://www.wifuproject.com/solutions-durables/thailande/


martedì 30 luglio 2013

In Cambogia l'opposizione avanza ma Hun Sen resta saldamente al potere

All'indomani delle elezioni legislative del 28 luglio scorso, il PPC, il partito al potere nel regno di Cambogia, resta saldamente alla guida del piccolo paese indocinese. Guidato dal Primo ministro Hun Sen, il più longevo dei dirigenti asiatici (è al potere dal 1985), il Partito del Popolo Cambogiano (Cambodian People's Party) conquista in Parlamento 68 seggi su 123, mentre il suo principale oppositore, il Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia (CNRP), coalizione nata dalla fusione tra l'omonima formazione di Sam Rainsy e lo Human Rights Party (HRP) di Kem Sokha, conquista i restanti 55 seggi, in una competizione politica che si polarizza a danno degli altri partiti in lizza.
Il Primo ministro Hun Sen 
Nonostante la vittoria gli assicuri il controllo del Paese, il partito di Hun Sen passa dai 90 seggi delle elezioni del 2008 ai 68 di oggi, mentre il partito di Sam Rainsy quasi raddoppia la sua presenza in Parlamento. I risultati ufficiali sono però stati contestati dall'opposizione, che ha chiesto in una conferenza stampa tenutasi ieri a Phnom Penh, l'apertura di una commissione d'inchiesta - composta da membri dei due partiti in lotta e da personalità della società civile - che faccia luce sulle numerose irregolarità che avrebbero caratterizzato lo scrutinio di domenica scorsa. I risultati ufficiali, ha dichiarato Sam Rainsy, "non riflettono la volontà popolare, ma la deformano". Secondo il leader dell'opposizione, circa il 15% dei potenziali elettori non avrebbero potuto esercitare il diritto di voto, così da nascondere la realtà di un partito al potere che in realtà sarebbe testa a testa con l'opposizione. Se l'inchiesta dovesse condurre a dei rovesciamenti nella tendenza di voto in alcune zone, il CNRP chiederà che si ripetano elezioni parziali. Sam Rainsy, auspicando che la sua domanda di una commissione d'inchiesta sia accolta, ha aggiunto che ormai la conduzione del Paese va fatta in accordo con la sua formazione politica, dal momento che "i rapporti di forza sono cambiati". Resta il dato politico di elezioni legislative che si caratterizzano per una polarizzazione fra il partito al potere, premiato nelle zone rurali, e un'opposizione espressione dei giovani e degli intellettuali, scelta dagli elettori della capitale Phnom Penh e degli altri centri urbani.

sabato 13 luglio 2013

Il leader dell'opposizione Sam Rainsy graziato dal re può tornare a Phnom Penh

Il leader dell'opposizione cambogiana in esilio Sam Rainsy (64 anni) ha ottenuto la grazia da parte del re Norodom Sihamoni, al quale egli aveva indirizzato una domanda formale in questo senso nel giugno scorso. E' stato lo stesso Presidente del Consiglio Hun Sen, alla cui permanenza al potere da ormai 28 anni si oppone il CNRP, il Partito di Salvezza Nazionale Cambogiano capeggiato da Sam Rainsy, ad appoggiarne la richiesta con una lettera al sovrano, "in uno spirito di riconciliazione nazionale e per permettere alle elezioni d'aver luogo secondo principi democratici". Gli Stati Uniti per bocca del loro ambasciatore a Phnom Penh hanno salutato positivamente la notizia, chiedendo inoltre al governo di permettere a Rainsy un ritorno in patria nella sicurezza. 

In esilio dal 2010 in Francia per sfuggire a tre condanne per una pena complessiva di undici anni di carcere, ora Sam Rainsy ha annunciato di voler al più presto fare ritorno in Cambogia al fine di sostenere i suoi attivisti in queste ultime settimane di campagna elettorale. 
Ciononostante egli non potrà essere eletto, dal momento che è stato cancellato dalle liste elettorali e non può dunque presentarsi come candidato, ha affermato Tep Nytha, segretario generale della Commissione elettorale, a meno di un emendamento alla legge in vigore. 
In una campagna elettorale dai toni crescenti, Hun Sen ha evocato il rischio che la Cambogia ripiombi nel caos e nella violenza se l'opposizione dovesse vincere il confronto elettorale, dal momento che Sam Rainsy ha promesso di peseguire alcuni ministri che a suo dire sarebbero implicati nei massacri perpretati dai Khmer Rossi negli anni 1975-1979. 
D'altro canto il numero due del CNRP, Kem Sokha, è al centro di una polemica nata dalla pubblicazione su un sito governativo di una registrazione in cui il politico negherebbe l'esistenza di Tuol Sleng, il centro d'internamento nel quale trovarono la morte, dopo essere stati torturati, circa 15000 cambogiani. La registrazione, abilmente manipolata secondo Sokha, gli è valsa una denuncia per diffamazione e ha dato a Hun Sen il pretesto di promulgare una legge che punisce la negazione dei crimini dei Khmer Rossi. 

martedì 9 luglio 2013

La Cambogia si prepara alle elezioni del 28 luglio 2013

Il prossimo 28 luglio si terranno in Cambogia le elezioni legislative, che dovranno rinnovare l'Assemblea Nazionale, i cui membri avranno il compito di nominare il nuovo Presidente del Consiglio. Il Regno di Cambogia è una monarchia costituzionale: sul trono siede dal 7 ottobre 2004 Norodom Sihamoni, succeduto dopo la sua abdicazione al padre Norodom Sihanouk, scomparso il 15 ottobre 2012 a Pechino. Il Presidente del Consiglio è Hun Sen, al potere quasi ininterrottamente da ventotto anni. La sua formazione politica, il Partito del Popolo Cambogiano (PPC), controlla attualmente 90 dei 123 seggi del Parlamento.
S.M. Norodom Sihamoni
Sette partiti gli contendono il potere. Due sono di maggior rilievo sul piano politico nazionale: il primo è il Partito di Salvezza Nazionale Cambogiano (CNRP) alla cui testa è Sam Rainsy, esule volontario in Francia e sotto minaccia d'arresto nel caso facesse rientro in patria. Il secondo è il Fronte Unito Nazionale per una Cambogia Indipendente, Neutrale, Pacifica e Cooperativa (FUNCINPEC), il Partito monarchico guidato dalla principessa Norodom Arun Rasmey. Gli altri cinque partiti sono politicamente minoritari e poco conosciuti. Essi sono: la Lega per il Partito della Democrazia (LPD), diretto dal vecchio deputato d'opposizione Khem Veasna; il Partito della Nazionalità Cambogiana (PND), guidato da Seng Sokheng; il Partito Democratico per la Repubblica (RPD), diretto da Sokroth Sovan Panhchakseila; il Partito Khmer contro la Povertà, alla cui testa è Daran Kravanh, e il Partito per lo Sviluppo Economico (KPDE) guidato da Huon Chamroeun.
Il potere è nelle mani di Hun Sen e del PPC dal 1985. Ex-khmer rosso, Hun Sen fuggì nel 1977 in Vietnam per sottrarsi alle purghe che in seno ai Khmer Rossi colpivano chiunque fosse anche solamente sospettato di tradimento o di spionaggio. Hun Sen ricopre la carica di Primo Ministro da ormai ventotto anni. Hun Sen è accusato di controllare tutte le leve del potere cambogiano, anche attraverso un'abile strategia "matrimoniale": i suoi figli e le sue figlie si sono sposati con altrettanti figli dei personaggi più influenti del Paese, i quali a loro volta controllano o sono alla testa dei centri nevralgici del potere, fra i quali la televisione di Stato, i ministeri più importanti, l'esercito. Le principali catene televisive diffondono continuamente i suoi discorsi. Sono stati inoltre denunciati numerosi arresti e sparizioni di oppositori politici e di giornalisti.
Primo Ministro Hun Sen
Non mancano accuse di nepotismo: un figlio di Hun Sen, Hun Many, è stato scelto come candidato alle prossime elezioni, afferma The Cambodia Daily, come altri figli di dignitari del regime figurano nelle liste del PPC, fra i quali Dy Vichea, figlio dell'ex-capo della polizia e genero di Hun Sen. Anche il figlio del ministro dell'Interno e quello del vice-Primo Ministro sono fra i candidati. Per quanto riguarda il principale partito d'opposizione, il Partito di Salvezza Nazionale Cambogiano (CNRP), va sottolineato come si tratti di un'alleanza elettorale nata dalla fusione del Sam Rainsy Party e il Partito dei Diritti Umani (HRP). Il leader del partito, Sam Rainsy, è in esilio in Francia dal 2010, dopo essere stato condannato nel 2009 a dodici anni di prigione in seguito a proteste sul confine fra Cambogia e Vietnam ed essere scampato per poco ad un attentato. Le sue critiche alla gestione del potere da parte di Hun Sen - accusato di corruzione, abuso di potere, frodi elettorali e svendita della terra patria ai privati - hanno fatto del CNRP la prima formazione politica che seriamente contesta il governo in carica ed il partito che lo sostiene.
Il leader del CNRP Sam Rainsy
Sabato scorso, 6 luglio 2013, Sam Rainsy ha diffuso un video nel quale ha dichiarato la sua volontà di tornare in Cambogia al fine di partecipare alle elezioni: "Sono molto contento d'informare il popolo cambogiano - ha affermato - che farò ritorno in Cambogia prima dello scrutinio di domenica 28 luglio 2013. Tutto quello che io faccio, è difendere il territorio e proteggere gli interessi nazionali. Io oso sacrificare la mia vita per la nazione". Il leader dell'opposizione rischia d'essere arrestato una volta messo piede a Phnom Penh e posto in prigione.

http://lejournalducambodge.blogspot.it/2013/07/retour-annonce-de-sam-rainsy-au-cambodge.html
http://www.cambodiadaily.com/elections/sam-rainsy-promises-return-before-election-33769/
http://farfalleetrincee.wordpress.com/2013/06/26/le-elezioni-cambogiane-e-lo-spettro-di-pol-pot/#more-718
http://terresottovento.altervista.org/?brevinotizie=cambogia-clima-infuocato-per-le-prossime-elezioni-di-luglio
http://www.bangkokpost.com/news/asia/346086/hun-sen-civil-war-if-opposition-wins

venerdì 5 luglio 2013

La storia di Peuw: una finestra sulla Cambogia

Nel 1986 fu pubblicato da Einaudi in prima edizione italiana Les pierres crieront. Une enfance cambodgienne, 1975-1980, uscito due anni prima  a Parigi. Il racconto di Peuw bambina cambogiana (1975-1980) racconta le vicende tormentate di Peuw, una bambina di dodici anni e mezzo all'inizio della storia, scampata miracolosamente alla morte insieme ai suoi tre piccoli cugini durante gli anni della dittatura dei Khmer rossi, dall'evacuazione nell'aprile 1975 della capitale Phnom Penh all'arrivo in Francia, dove viene adottata da una coppia francese che le dà il nome di Molyda Szymusiak. Il volume fu "tradotto e presentato da Natalia Ginzburg", la quale scrisse nella prefazione al volume (pp. VIII-IX): "Ho amato e tradotto Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, senza saper niente sulla Cambogia e chiedendomi perché, nel corso della mia vita, non avevo mai pensato alla Cambogia né avevo letto mai niente che si riferisse a questa terra", per poi concludere: "In verità le terre a cui non ho mai pensato sono innumerevoli, ma riguardo alla Cambogia ho provato, nell'accorgermi di non saperne assolutamente nulla, un senso di colpa e un senso di dispiacere". Appena mitigato dalla consapevolezza d'essere in buona compagnia ("interrogando molte persone intorno a me - prosegue Ginzburg - ho constatato che non molti erano quelli che conoscevano le vicende della Cambogia, in Italia"), il senso di colpa provato dalla scrittrice nasceva dal riconoscere come gli intellettuali di sinistra di allora avessero guardato alla rivoluzione dei Khmer rossi con entusiasmo e partecipazione, salvo poi chiudere gli occhi dinnanzi a ciò che stava realmente accadendo nel
Paese. Onestamente l'autrice di Lessico famigliare si chiedeva il perché del silenzio di coloro che in Europa sapevano cosa stesse realmente accadendo nel piccolo Paese indocinese, come del perché i racconti dei profughi cambogiani giunti in Thailandia non fossero creduti o fossero taciuti. Il dispiacere provato, infine, nasceva dalla partecipazione alle vicende raccontate da Peuw, nuova Anna Frank ma scampata come Primo Levi all'abisso in cui i quasi otto milioni di cambogiani furono scaraventati fra il 17 aprile 1975, giorno nel quale le truppe dei guerriglieri bambini di Pol Pot fecero il loro ingresso nella capitale, rovesciando il governo filoamericano del generale golpista Lon Nol, ed il 7 gennaio 1979, data che segna la liberazione di Phnom Penh da parte dell'esercito vietnamita. Nei tre anni e otto mesi intercorsi, nella "Kampuchea democratica" le città, simbolo di uno stile di vita corrotto, furono evacuate e la popolazione deportata nelle campagne: l'intento era quello di instaurare una sorta di comunismo rurale basato su tecniche agricole medievali. Le pagode vennero abbattute e le scuole chiuse, i monaci come gli intellettuali (insegnanti, medici, artisti, ma era sufficiente indossare un paio di occhiali per perdere la vita) sistematicamente eliminati. L'economia crollò e il riso venne a mancare, provocando nella popolazione lo scoppio di epidemie di colera e di malaria. Impiegati nei lavori forzati nelle campagne, decimati dalla fame e dalla malattia, oltreché vittime delle epurazioni dei Khmer rossi, circa 1.671.000 cambogiani morirono fra il 1975 e il 1978, vale a dire il 21% della popolazione stimata nell'aprile 1975, il cui numero si aggirava attorno alle 7.890.000 unità (Ben Kiernan, The Pol Pot Regime).
Nel dicembre del 1986 compivo 24 anni e gli studenti della "Classe dei Cambogiani" mi regalarono naturalmente una copia del "racconto di Peuw", che conservo gelosamente: una bella dedica sul frontespizio, scritta da Kosal, quasi mio coetaneo, dice: "Noi siamo conosciuti da più di due anni (mesi, in realtà) ma amicizia molto grande come il mondo e speriamo che l'amicizia sempre così e lungo per sempre". Attorno le firme degli studenti in almeno tre alfabeti. Non occorre sottolineare come la lettura del Racconto di Peuw, bambina cambogiana fu un'ulteriore rivelazione che provocò in me una grande simpatia per questo popolo sfortunato, vittima dei suoi aguzzini interni ma anche dell'indifferenza di comodo dell'Occidente, stretto fra ignoranza ed ipocrisia. La storia di Peuw contribuì a rompere quell'indifferenza, dando un volto di bambina alla lontana vicenda cambogiana.