Studi Indocinesi

Studi Indocinesi
Visualizzazione post con etichetta Thailandia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Thailandia. Mostra tutti i post

mercoledì 27 marzo 2019

Il Theravada Tripitaka proposto come patrimonio dell'umanità

Sirisena propone all'Unesco il canone buddista come patrimonio dell’umanità

di Melani Manel Perera

Lo scorso gennaio il Theravada Tripitaka è stato decretato patrimonio nazionale. È il testo sacro del buddismo Theravada praticato nell’isola, oltre che in Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos. Presidente: “Così verrebbe preservato il buddismo puro e la continuità della religione per altre migliaia di anni”.




Colombo (AsiaNews) – Il presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena ha proposto che l’Unesco dichiari un canone buddista “patrimonio dell’umanità”. Si tratta del Theravada Tripitaka, il testo sacro del buddismo praticato nell’isola [oltre che in Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos – ndr]. La richiesta è stata consegnata dallo stesso presidente delle mani di Hanaa Singer, coordinatrice residente delle Nazioni Unite, il 23 marzo scorso.

La cerimonia di consegna è avvenuta al Maha Maluwa (Grande terrazza) del tempio del Dente sacro (Temple of the Sacred Tooth Relic) a Kandy. La sua iniziativa è stata lodata dal gruppo buddista Maha Sangha.
Il 5 gennaio scorso il presidente Sirisena ha dichiarato patrimonio nazionale il canone Theravada. La cerimonia si è svolta nel tempio Aluviharaya di Matale. In quella stessa occasione egli aveva manifestato l’intenzione di proporre il pilastro del buddismo anche come patrimonio dell’umanità. Secondo lui, in questo modo verrebbe preservato il buddismo puro e la continuità della religione per altre migliaia di anni.
Il presidente ha affermato che se il testo venisse dichiarato patrimonio Unesco, il merito ricadrebbe sullo Sri Lanka. Alla sua popolazione spetta il compito di “proteggere, coltivare il Tripitaka – che include le predicazioni del Gautama Buddha – e preservarne la scrittura per il mondo”.
Sirisena ricorda che nel 1953 l’ex primo ministro birmano U Nu considerava il canone come “la più importante eredità del buddismo, e descriveva il modo in cui è stato tramandato nella memoria, prima di essere trascritto in Sri Lanka su foglie di ola [palma, ndr] e infine inciso sulla pietra”. Poi ha concluso: “Andremo avanti con la nostra proposta nonostante l’opposizione di qualcuno che ha interessi di parte”.

(articolo tratto da asianews.it)

domenica 10 marzo 2019

L’accoglienza italiana ai boat people vietnamiti, 40 anni fa: una lezione di civiltà per il nostro tempo.


Di navi, sbarchi e approdi.

L’accoglienza italiana ai boat people vietnamiti, quarant'anni fa: una lezione di civiltà per il nostro tempo.



Giovedì 21 febbraio 2019 è stato presentato a Roma, presso il complesso del San Gallicano a Trastevere, il volume di Valerio De Cesaris Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione (Guerini e Associati, Milano 2018) sull’arrivo in Italia, l’8 agosto 1991, di circa 18.000 albanesi, partiti da Durazzo a bordo della nave Vlora e, attraversato il canale di Otranto, giunti nel porto di Bari. La ricerca di De Cesaris, docente di Storia contemporanea all’Università per Stranieri di Perugia, percorre agilmente la vicenda approfondendo le ragioni di quell’esodo e di quello “sbarco”, le reazioni in Italia e le ripercussioni che l’evento provocò nell’opinione pubblica e nel mondo politico italiano di quegli anni. Un aspetto affrontato nel volume  è costituito dalla “scoperta” dell’immigrazione in Italia nel triennio 1989-1991, segnato dalla tragica morte a Villa Literno (Caserta) di Jerry Essan Masslo, giovane rifugiato sudafricano, il 24 agosto 1989: è a partire dall’impatto emotivo e mediatico generato da quell’evento che prenderà le mosse una riflessione politica sul fenomeno migratorio che condurrà nei giorni 4-6 giugno 1990 alla prima «Conferenza Nazionale dell’immigrazione» promossa dal vice presidente del Consiglio Claudio Martelli e alla legge che porta il suo nome.


Alla presentazione hanno preso parte in qualità di relatori Ferruccio Pastore, del «Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione», Alessandro Porro di «SOS Méditerranée» e Daniela Pompei, Docente in Scienze Sociali all’Università Roma Tre e responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati, rifugiati e Rom. Quest’ultima, protagonista fin dai primi anni ’80 dell’impegno a favore dei migranti e dei rifugiati in Italia, ha ricordato fra l’altro l’amicizia con Jerry E. Masslo, ospitato da Sant’Egidio dopo il suo arrivo all’aeroporto di Fiumicino ed accolto nella Scuola di lingua e cultura italiana diretta dalla Comunità nei locali annessi alla mensa per poveri in via Dandolo, nel quartiere romano di Trastevere. Chi scrive ebbe allora l’occasione di conoscere Jerry perché insegnante volontario in quella stessa scuola d’Italiano per stranieri e rifugiati, giunti in Italia perlopiù dall’Africa e dall’Asia.

Accanto al toccante intervento di Daniela Pompei, che ha fra l’altro ricostruito il ruolo giocato da Sant’Egidio anche nella vicenda dei profughi albanesi e rimarcato l’urgenza di scrivere la storia dell’immigrazione in Italia, Alessandro Porro ha ripercorso con meticolosità la vicenda della nave Aquarius, a partire dal salvataggio in mare di 629 migranti sino al rifiuto da parte delle autorità italiane e maltesi di fare attraccare la nave in un porto sicuro.

Due navi, la Vlora e l’Aquarius, accomunate dalla presenza a bordo di donne, uomini e bambini in cerca di un futuro migliore, che seppur a distanza di ventisette anni sono però, afferma De Cesaris, legate da un filo rosso, “quello di una questione immigrazione eternamente irrisolta, vissuta come un’emergenza, con toni sempre allarmistici” (Il grande sbarco, p. 22).

Proprio un paio di giorni prima, il 19 febbraio, si era conclusa la vicenda della votazione in seno alla Giunta per le elezioni e le immunità del Senato che ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti. Il ministro dell’Interno era indagato per i reati di sequestro persona aggravato ed abuso di potere, per aver impedito per cinque giorni, dal 20 al 25 agosto, ai 177 migranti (perlopiù eritrei e somali) a bordo del pattugliatore d’altura della Guardia costiera italiana U. Diciotti di scendere dalla nave, ancorata nel porto di Catania. La provenienza dei migranti dall’Eritrea e dalla Somalia li faceva rientrare a buon diritto nella categoria dei rifugiati bisognosi di protezione internazionale e nelle condizioni di richiedere l’asilo politico. Preceduta dalla consultazione degli iscritti alla piattaforma Rousseau del Movimento Cinque Stelle, la votazione della Giunta del Senato ha visto la richiesta di rinvio a giudizio del ministro dell’Interno respinta con 16 voti contrari e 6 a favore. La decisione della Giunta andrà ratificata o meno da un voto del Senato, che dovrà pronunciarsi entro un mese dalla votazione, entro il 24 marzo. L’esito sembra scontato.

 Altre navi: il soccorso italiano ai boat people vietnamiti.

Il 26 gennaio scorso è scomparso nella sua Varese, dov’era nato 85 anni prima, Giuseppe Zamberletti, considerato il “padre fondatore” della protezione civile italiana. Politico e parlamentare democristiano dal 1968, fu più volte sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza e alla protezione civile. Dopo aver gestito le emergenze dei terremoti in Friuli (1976) e in Irpinia (1980), fu nominato ministro per il Coordinamento della Protezione Civile sotto il secondo governo Spadolini, incarico che ricoprì nuovamente fra il 1984 e il 1987. In seguito all’emozione e al clamore mediatico suscitati dal mancato salvataggio del piccolo Alfredo Rampi, terrà a battesimo il nuovo Dipartimento della Protezione Civile, istituito il 22 giugno 1982.

La figura di Giuseppe Zamberletti resta altresì legata alla più grande operazione di salvataggio in mare mai operata dall’Italia. Nell’estate del 1979, infatti, su delega del Primo ministro Giulio Andreotti, Zamberletti si occupò del coordinamento delle operazioni di ricerca in mare e di salvataggio da parte della Marina militare italiana di 892 boat people vietnamiti, soccorsi nelle acque del Mar Cinese meridionale e condotti felicemente in salvo in Italia nell’agosto di quell’anno.

Chi erano i boat people? Il 30 aprile 1975 l’esercito nordvietnamita entra a Saigon, mentre gli ultimi americani fuggono dalla città. Il Vietnam del Sud viene annesso alla Repubblica socialista del Viet Nam, che il 2 luglio 1976 proclama la riunificazione del Paese. La conquista del Sud da parte dei Vietcong comunisti provocherà nel triennio 1975-1978 l’esodo di circa 2.000.000 di vietnamiti (di cui 600.000 sono cattolici), che fuggono via mare, spesso su piccole imbarcazioni o vere e proprie zattere. Vengono chiamati boat people, la “gente delle barche”. Molti di loro muoiono in mare a causa delle condizioni climatiche avverse e delle tempeste del Mar Cinese meridionale, o perché attaccati e saccheggiati dai pirati. Rifiutati dalle navi di passaggio o rigettati in mare aperto una volta giunti sulle coste della Malesia o della Thailandia, moltissimi non approderanno mai in nessun porto. È stato calcolato in mezzo milione il numero di coloro che hanno perso la loro vita in mare. Altri, soprattutto i primi ad esser fuggiti, saranno accolti nei campi profughi di Hong Kong, Malesia, Thailandia, Indonesia, Filippine, o in Nuova Guinea e Australia.


Nel dicembre 1978, nel tentativo di rispondere all’emergenza umanitaria nel Sud-Est asiatico, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) convoca a Ginevra i rappresentanti di trentacinque paesi e delle organizzazioni internazionali di assistenza: l’obiettivo è quello di suscitare una maggiore generosità nell’accoglienza ai profughi vietnamiti, ai quali si sono aggiunti molti cambogiani fuggiti a causa delle atrocità del regime dei Khmer Rossi (1975-1978) e in seguito alla “liberazione” della Cambogia da parte del Vietnam, iniziata proprio nel dicembre 1978 e culminata nella presa della capitale Phnom Penh, il 7 gennaio 1979. I risultati del summit ginevrino sono deludenti: vengono raccolti 17 miliardi di lire e garantita l’apertura delle frontiere, ma solamente per 5.000 profughi.

La Chiesa si mobilita in favore dei boat people. In Italia la CEI lancia un appello e la Caritas Italiana coordina le diverse iniziative di associazioni, parrocchie e gruppi di ispirazione cristiana. Diverse missioni sono compiute da delegati delle Caritas e di altre realtà cattoliche italiane nei campi profughi di Malesia e Thailandia. Nel giugno 1979 è Giovanni Paolo II a dare respiro mondiale agli appelli lanciati dai vescovi della Malesia, Paese che ha cominciato a rifiutare il soccorso nelle proprie acque territoriali e a rigettare i profughi al largo. Al termine dell’udienza di mercoledì 20 giugno, il papa rivolge un accorato appello alla solidarietà internazionale verso “il dramma che sta accadendo nelle terre e sui mari del sud-est asiatico, e [che] coinvolge centinaia di migliaia di nostri fratelli e sorelle”.


È in questo clima che prende forma la decisione da parte del Governo italiano di intraprendere una missione umanitaria nelle acque del Mar Cinese meridionale. Tre navi della Marina Militare, gli incrociatori Andrea Doria e Vittorio Veneto con la nave da rifornimento Stromboli partono nei giorni 4 e 5 luglio 1979 dai porti di La Spezia e Taranto alla volta di Singapore, dove fanno scalo, e del Golfo del Siam. “La più bella crociera della nostra Marina”, come ebbe a definirla l’allora ministro della Difesa, Attilio Ruffini, si conclude il 20 agosto con il salvataggio di 892 profughi fra uomini, donne e bambini.


A bordo dei due incrociatori salgono anche due sacerdoti vietnamiti, P. Filippo Tran Van Hoai e P. Domenico Vu Van Thien (mentre uno studente, Domenico Nguyen Hun Phuoc, si imbarca sulla nave appoggio Stromboli) per fare da interpreti e raccogliere le richieste dei profughi. Un messaggio viene preparato e rivolto alle imbarcazioni raggiunte:

«Le navi vicine a voi sono della Marina Militare dell’Italia e sono venute per aiutarvi. Se volete, potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi vi porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e infine assistenza e medici. Dite cosa volete fare e di cosa avete bisogno».

Grazie alle frequenti ricognizioni degli elicotteri, vengono individuate alcune imbarcazioni alla deriva. Il 26 luglio una prima imbarcazione carica di profughi viene raggiunta al largo delle coste malesi. Altre barche sono segnalate nei pressi di una piattaforma petrolifera della Esso. In tutto fra il 26 ed il 31 luglio la Marina compie quattro salvataggi per un numero complessivo di 907 profughi soccorsi, fra cui diverse donne incinte e 125 bambini. Alcuni dei profughi, malati o incapaci di affrontare il viaggio di ritorno, saranno fatti sbarcare per cure a Singapore e raggiungeranno l’Italia nei mesi successivi.

Le tre navi giungono infine a Venezia verso le ore 10 del 20 agosto 1979. Ad attenderle c’è una grande folla di curiosi, giornalisti, autorità locali e nazionali. Fra queste, accanto all’on. Zamberletti, il patriarca di Venezia card. Marco Cé, allora vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, e il sindaco della città Mario Rigo.
L'arrivo a Venezia il 20 agosto 1979

Nei giorni e mesi successivi i profughi vietnamiti vengono accolti da comunità religiose, parrocchie o singole famiglie che si sono rese disponibili all’accoglienza. Diverse realtà e movimenti, fra cui il PIME, come numerosi ordini religiosi femminili e maschili offrono alloggio o impiego ai nuovi arrivati. Nuove missioni sono realizzate nei campi profughi di Malesia e Thailandia, come quello vastissimo di Khao I Dang, al confine con la Cambogia. Fra il 1978 e il 1980 più di 3.000 rifugiati vietnamiti, cambogiani e laotiani troveranno sul suolo italiano un “porto sicuro” ed un’assistenza premurosa grazie all’attività di accoglienza della Chiesa nelle sue diverse articolazioni. Alcuni di quei rifugiati, vietnamiti d’etnia khmer o cambogiani, giunsero nella seconda metà degli anni ’80 a Roma e studiarono la lingua italiana nella Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio, trovando lavoro nei tanti ristoranti cinesi della Capitale.

Come si è detto, in questo 2019 ricorre il 40° della spedizione della Marina italiana nei mari del Sud-Est asiatico. Allora gli “interessi nazionali” spinsero il Governo italiano a cercare la “gente delle barche” fin nelle acque del Mar della Cina. È una vicenda di cui essere orgogliosi, in un clima politico e culturale, quello dei nostri giorni, che spinge tanti a ritenere necessario respingere in mare i boat people odierni, spesso in fuga da Paesi dittatoriali come l’Eritrea o l’Afghanistan o devastati dalla guerra e dal terrorismo come la Siria. Fino ad impedire loro di scendere da una nave italiana e di trovare approdo in un porto italiano, come nel caso della Diciotti.

Molti di quei profughi indocinesi di quaranta o trentacinque anni fa, divenuti rifugiati politici in Italia, si sono poi trasferiti in altri Paesi; altri hanno invece messo radici nel nostro Paese e si sono integrati nelle realtà produttive del Nord Italia. In alcuni casi hanno creato centri d’aggregazione sociale e religiosa, cristiana e buddhista. Hanno figli italiani. Hanno stretto amicizie e sono inseriti nel tessuto sociale di piccoli e grandi centri. È una bella storia, d’accoglienza e d’integrazione, che va raccontata. 

©Fabio Tosi 
(pubblicato parzialmente su www.notizieitalianews) 


































domenica 3 marzo 2019

Thailandia: giovani cambogiani musulmani (Cham) reclutati dall'islamismo radicale?

Immigrazione illegale e jihad: allarme in Thailandia



barisan-revolusi-nasionalBangkok (AsiaNews) – Al fine di contrastare l’immigrazione illegale ed il crescente radicalismo islamico nelle province meridionali – dov’è concentrata la popolazione islamica –, il governo thai mette in atto politiche di controllo sulle ponoh, ovvero le madrasse private. Le forze di sicurezza riferiscono che alcune strutture sono utilizzate dai separatisti islamici come campi di addestramento ed ospitano, secondo le stime, centinaia di studenti cambogiani senza regolare permesso di soggiorno.
A tal proposito, l’Ufficio immigrazione (Ib) di Bangkok sta pianificando un incontro con i rappresentanti di oltre 600 scuole islamiche delle province di Yala, Pattani, Narathiwat e Songkhla. Il generale Surachate Hakparn, a capo dell’Ib, dichiara che lo scopo dell’iniziativa è “ascoltare le opinioni dei funzionari scolastici e migliorare la loro comprensione della normativa in materia di immigrazione”.
“Siamo lieti  – aggiunge – che studenti provenienti da Paesi limitrofi vengano qui per la loro educazione religiosa, perché sappiamo che la Cambogia non ha ancora scuole islamiche proprie. Non stiamo dicendo che i cambogiani siano qui per causare problemi nel nostro Paese, ma se si trattengono oltre il dovuto, la polizia deve seguire le leggi e arrestarli”.
Pacific-Security-News.-Muslim-rebels-involved-in-talks-with-the-government-say-they-want-liberation-from-Thailand.-Photo-Credit-to-AFP
Il ministero dell’Educazione ha lanciato un’indagine per registrare il numero di musulmani cambogiani che studiano nelle scuole islamiche del sud, ma i dati non sono ancora disponibili. Le scuole sono ora tenute a presentare al ministero rapporti dettagliati su ogni studente cambogiano iscritto.
Alla fine del mese scorso, 11 musulmani cambogiani di età compresa tra i 16 ei 29 anni sono stati arrestati dopo un’irruzione della polizia nella scuola di Mudrolatulfalah. Poiché il loro visto era scaduto, sono stati deportati nel Paese d’origine. La maggior parte del gruppo è entrata in Thailandia attraverso il valico di frontiera nella provincia di Sa Kaeo, mentre alcuni sono passati per quello di Songkhla. L’operazione di polizia ha avuto luogo per i sospetti sollevati dal programma di allenamento fisico condotto, di notte, nella scuola.
Citando fonti della sicurezza nazionale, il Bangkok Post riferisce che la scuola è da tempo utilizzata dai ribelli islamici come base logistica: il programma di allenamento offerto agli studenti è in realtà un addestramento alla lotta senz’armi. I gruppi armati ribelli stanno cercando di arruolare tra le loro fila giovani musulmani cambogiani. Il gruppo separatista Barisan Revolusi Nasional (Brn), ha già reclutato bambini di 12 anni, nel tentativo di costruire una nuova forza di guerriglia.
Foto Reuters e AFP
(tratto da AD Analisi Difesa, www.analisidifesa.it)

mercoledì 9 gennaio 2019

Preah Vihear, Cambogia

Preah Vihear, Cambogia

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin (Unesco), scruta il Patrimonio mondiale

da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019

Bassorilievo con il mito della burrificazione del mare di latte (Kshirasagara manthana)
Mille anni fa, al tempo della massima estensione dell’Impero Khmer nel Sud-Est asiatico, i sovrani della grande città di Angkor decisero di costruire un importante santuario in una zona che per secoli era stata utilizzata da piccoli eremitaggi monastici, in cima a un promontorio roccioso che sovrasta, a 700 metri di quota, tutta la grande pianura cambogiana. Fondato nel IX secolo dal figlio del re Jayavarman II, il sito di Preah Vihear («monastero sacro» in lingua Khmer) venne gradualmente trasformato in un importante luogo di pellegrinaggio, dedicato alla divinità induista Shiva (e anche del dio Vishnu). Negli anni tra il 1005 e il 1050 d.C. il re Sûryavarman I fece costruire la parte centrale del santuario, che venne poi completato nel XII secolo da Suryavarman II.

Il sito, con la sua struttura perfettamente leggibile e la vista grandiosa sulla pianura sottostante, è una testimonianza eccezionale della capacità della cultura Khmer di modellare un vasto territorio e di adattare l’architettura al paesaggio. La sua posizione eccezionale, sulla vetta del promontorio, lo ha protetto nel corso dei secoli da devastazioni e distruzioni. Il santuario, tuttavia, corse un grave pericolo alla fine del XX secolo, quando divenne una base militare dei Khmer rossi, che lo occuparono fino alla fine del loro potere, nel 1997, lasciando poi all’interno un grande numero di mine che impedirono per anni l’accesso al monumento.

Il complesso è disposto lungo un asse monumentale di circa 800 metri in leggera salita verso la cima del promontorio dove si trova il santuario centrale. Il percorso, che corrisponde a un itinerario sacro, è ritmato da 5 grandi porte monumentali (gopura). Il percorso è attrezzato con scalinate e rampe, lungo le quali si incontrano cisterne per l’acqua, gallerie, sale ed edifici monastici.

Il santuario centrale, che si trova sul ciglio del promontorio, è formato da due sistemi di gallerie disposte a forma di chiostro, una tipologia che probabilmente ha influenzato, più tardi, quella del celebre tempio di Ankgor Wat, e da alcuni edifici laterali. Anche se l’accesso al santuario avviene oggi dal lato tailandese, tradizionalmente era possibile arrivare dalla pianura attraverso una lunga scalinata che supera, con oltre 3mila gradini, un dislivello di quasi 500 metri. A questa struttura, che è in condizioni di degrado, oggi è stata affiancata una scalinata in legno. Le strutture architettoniche del santuario sono realizzate principalmente in grès, pietra estratta nella zona a seguito di un’importante operazione di livellamento della montagna, che ha consentito di realizzare il percorso sacro. Alcune parti del complesso, tuttavia, sono state costruite con materiali portati dalla pianura, quali mattoni cotti, travi in legno o elementi di copertura. Grande importanza hanno anche gli apparati decorativi scultorei. Su moltissimi timpani e travi si trovano scolpiti bassorilievi con scene della mitologia induista, come per esempio il celebre mito cosmologico della burrificazione del mare di latte (il Kshirasagara manthana).

Nonostante le ingiurie del tempo e alcune manomissioni subite durante il recente conflitto, il sito ha conservato un elevato grado di autenticità e di integrità, il che ha permesso nel 2008 la sua iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale Unesco. Tuttavia, importanti lavori di restauro e di consolidamento sono necessari per impedire ulteriori crolli delle strutture, dovuti a terremoti e alla fatiscenza dei materiali. Inoltre, un rischio importante per la conservazione del sito è rappresentato dalla tensione politica che è esistita a lungo, per il controllo della zona, tra la Cambogia e la Thailandia, il cui confine si trova a poche decine di metri di distanza dall’ingresso al monumento. Nonostante il sito sia legato indiscutibilmente alla cultura cambogiana, in epoca coloniale un accordo sui confini tra il regno del Siam e la Francia, allora potenza occupante della Cambogia, attribuì la sovranità della zona del santuario alla Thailandia. Dopo la fine della colonizzazione, la Corte di Giustizia dell’Aia accolse il ricorso della Cambogia, a cui attribuì la sovranità del sito, purtroppo senza definire con precisione i confini. Questo creò una forte tensione tra i due Paesi, al punto che, dopo l’iscrizione del sito nella lista del Patrimonio mondiale, avvennero anche scontri armati, con vittime e danni al santuario. Per fortuna oggi si è trovato un modus vivendi pacifico, ma in tutta la zona esiste una forte presenza militare, a testimonianza delle difficoltà che molti siti in zone contese incontrano anche quando sono protetti dalle convenzioni internazionali.

Francesco Bandarin è consigliere speciale dell’Unesco per il patrimonio.
Le opinioni qui espresse sono dell’autore e non impegnano l’Unesco
Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019

martedì 9 gennaio 2018

Dighe cinesi sul Mekong: niente pesci, comunità in ginocchio

CAMBOGIA-CINA

Lungo quasi 4.800 km, è la più grande riserva di pesca nell'entroterra e secondo solo all'Amazzonia per biodiversità. Circa 60 milioni di persone dipendono dal fiume. Costruite da Pechino sei barriere nel tratto superiore, altre 11 dighe sono in fase di progetto. Risentiti a valle gli effetti su ambiente ed economia. Phnom Penh (AsiaNews/Agenzie) – Le comunità che dipendono dal Mekong denunciano la drastica diminuzione del pesce e accusano le dighe cinesi, infrastrutture che rafforzano il controllo fisico e diplomatico di Pechino sui vicini del sud-est asiatico. Il Primo ministro cinese, Li Keqiang, è atteso domani a Phnom Penh per guidare un nuovo vertice regionale che potrebbe plasmare il futuro del fiume. Lungo quasi 4.800 km, esso è la più grande riserva di pesca nell'entroterra del mondo ed è secondo solo all'Amazzonia quanto a biodiversità. Il Mekong è fonte di sostentamento per circa 60 milioni di persone che vivono negli insediamenti lungo il suo corso, che dagli altipiani tibetani attraversa Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, prima riversarsi nel Mar Cinese meridionale. Tuttavia, più a nord, è la Cina che controlla i flussi delle acque del Mekong. Pechino ha già conquistato il tratto superiore del fiume con sei dighe e sta investendo in più della metà delle 11 dighe pianificate più a sud. Le aziende hanno investito nell’impresa miliardi di dollari, ma finora non sono state in grado di effettuare valutazioni di impatto ambientale e sociale. Anche le imprese e le agenzie statali di Thailandia, Vietnam e Laos traggono vantaggio dai loro investimenti nei progetti idroelettrici. Interrompendo le migrazioni ed il flusso di nutrienti e sedimenti chiave per i pesci, i gruppi ambientalisti avvertono che le barriere rappresentano una grave minaccia per l’habitat naturale e per le comunità locali. Alcune di esse sono già state costrette ad abbandonare le proprie terre per consentire la costruzione delle dighe e molte altre sono a rischio di spostamento forzato a causa delle alluvioni. Con il controllo sulle sorgenti del fiume – note come Lancang – Pechino può arginare a monte la sua sezione del fiume, mentre gli impatti si fanno sentire a valle. Le autorità cinesi possono anche modulare i livelli delle acque, potente moneta di scambio mostrata nel 2016 quando la Cina ha aperto dighe sul suo suolo per aiutare il Vietnam a mitigare una grave siccità. La superpotenza regionale sta ora affermando la sua autorità attraverso il nascente forum della Cooperazione del Lancang-Mekong (Lmc), mentre compensa i suoi vicini del sud-est asiatico con investimenti e prestiti agevolati. All’incontro, che avrà luogo questa settimana in Cambogia, prenderanno parte i leader di tutti e sei i Paesi attraversati dal Mekong. Il ministero degli Esteri di Pechino pubblicizza il forum, che tratta anche questioni di sicurezza e commercio, come un modo per promuovere “prosperità economica, progresso sociale e un ambiente bellissimo”.
(Asia News, 9 gennaio 2018).

martedì 23 giugno 2015

Aventure en Indochine (1946-1954) - Fr3 Documentaire 2015

L'histoire de la présence française en Extrême-Orient entre 1930 et 1950 à travers les destins de «petits blancs» partis y chercher l'aventure.

Diffusé sur France 3 le jeudi 28 mai 2015 à 23:40 - Durée : 1 h 30

Au lendemain de la Seconde Guerre mondiale, dans une Indochine pourtant marquée par des années de guerre et la montée de la contestation, des «petits blancs» vivent et travaillent, dans les banques ou encore les entreprises. Le documentaire part sur les traces de Jean, un jeune aventurier qui part tenter sa chance en Indochine en 1945. Sur sa route, il croise des hommes et des femmes qui constituent, comme lui, le ferment de la présence française en Indochine. Le récit des vies de ces grandes familles expatriées, et de ces marins, médecins, institutrices et autres soldats, permet de découvrir l'Indochine des années 20, 30 et 40.

domenica 30 giugno 2013

Perché «Studi Indocinesi»

«Studi Indocinesi» nasce dalla mia passione per la storia e per le culture materiali e spirituali della Penisola indocinese: Birmania (Myanmar), Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam. A partire dall'autunno del 1986 (ormai venticinque anni fa!) e fino a tutto il 1992 ho insegnato la lingua italiana in una scuola per immigrati di Roma, la «Louis Massignon» della Comunità di Sant'Egidio. La mia prima classe fu la cosiddetta "Classe dei Cambogiani", un gruppetto di circa venti ragazzi e qualche adulto provenienti dai campi profughi thailandesi: solo uno di essi era propriamente khmer, mentre tutti gli altri erano vietnamiti ma di origine cambogiana, originari della Kampuchea Krom, cioè della regione del delta del Mekong, un tempo parte integrante dell'impero khmer. L'incontro con quei ragazzi, spesso miei coetanei, con le loro storie difficili e la loro
La "Classe dei Cambogiani" con Paola, autunno 1986
simpatia e voglia di riscatto accesero in me l'interesse per i Paesi da dove giungevano. Mi feci raccontare le loro storie, diventammo amici, mangiammo insieme e facemmo festa. Cercai qualcosa da leggere sulla Cambogia e il Vietnam e trovai due libri: la Storia del Viet Nam di Le Thanh Khoi (Einaudi 1979) e Cambogia anno zero di P. François Ponchaud (Sonzogno 1977). Di lì a poco arrivò il momento di scegliere l'argomento della tesi di Storia Moderna per laurearmi in Lettere alla Sapienza: decisi di condurre le mie ricerche sulla Cambogia dei secoli XVII-XIX, naturalmente concentrando la mia attenzione sulle fonti europee, francesi soprattutto. Da allora, come un fiume carsico che affiora qua e là, quando la mia pigrizia e inconcludenza lasciano aperto un varco sulla superficie della mia vita d'ogni giorno, quella mia passione riemerge e mi spinge a studiare ancora, a leggere, insieme al ricordo delle lezioni d'italiano durante le quali, come sempre succede, chi aveva di più da imparare ero proprio io.