Studi Indocinesi

Studi Indocinesi

domenica 31 marzo 2019

Philip Alston (Onu): l'attuale politica filocinese non migliora la vita dei laotiani

Laos: dai mega-progetti cinesi ‘poco impiego e tanti debiti’

Inviato speciale Onu critica il governo: “Spunta caselle e migliora numeri, non le vite dei laotiani”. L'80% dei laotiani viva con meno di 2,5 dollari al giorno. Oltre il 20% dei bambini sono sottopeso, il 9% soffre di malnutrizione e un terzo è rachitico.




Vientiane (AsiaNews/Agenzie) – Gli imponenti progetti cinesi della Belt and Road Initiative (Bri) e le vaste concessioni per sfruttare terra e risorse generano pochi posti di lavoro e troppi debiti: l'attuale strategia del regime socialista laotiano favorisce un’élite facoltosa e aumenta le disuguaglianze economiche con le fasce più povere della popolazione. Lo afferma Philip Alston, inviato speciale delle Nazioni Unite (Onu) per povertà e diritti umani. Secondo l’esperto australiano, Vientiane dovrebbe concentrarsi meno su progetti finanziati da Pechino – come dighe e ferrovie – e devolvere maggiori risorse a bambini ed emarginati.

Alston ha rilasciato queste dichiarazioni due giorni fa, in una conferenza stampa video-trasmessa dalla capitale laotiana. Il funzionario Onu ha chiuso così una missione di 11 giorni (18-28 marzo) in diverse regioni del Paese. La visita ha toccato Vientiane e le province di Champasack, Xienkuang, Houaphanh e Attapeu, dove lo scorso anno è avvenuto il tragico crollo di una diga. Alston ha incontrato funzionari governativi di vari livelli, leader di villaggio, lavoratori, agricoltori e commercianti, per raccogliere informazioni sulla loro vita quotidiana.
Incastonato tra Thailandia, Cina, Myanmar e Cambogia, negli ultimi anni l'economia del piccolo Laos è cresciuta in modo rapido. I benefici di questa crescita non hanno però raggiunto tutta la popolazione, in gran parte ancora rurale. Si stima che l'80% dei laotiani viva con meno di 2,5 dollari Usa al giorno e sia a rischio di povertà. Pur riconoscendo i progressi economici del Paese, Alston critica il governo accusandolo di “limitarsi a spuntare caselle e migliorare i numeri, piuttosto che assicurare cambiamenti significativi alle vite dei laotiani”.
L’inviato speciale evidenzia che molti progetti per infrastrutture e piantagioni sottraggono terra ai residenti locali, forzando il loro reinsediamento. La maggior parte delle iniziative genera “pochi posti di lavoro e troppi debiti”, afferma. “Tali concessioni potenzialmente coprono qualcosa come il 40% del territorio nazionale e molte, se non la maggior parte, hanno prodotto pochissimi ritorni sul bilancio nazionale; entrate reali che possono essere spese per il benessere del popolo laotiano”.
Alston osserva che le donne del Laos sono in gran parte escluse dal processo decisionale e che le minoranze etniche – che costituiscono quasi la metà della popolazione – sono “gravemente private” di quasi tutte le misure di sviluppo, con redditi bassi e minore accesso all'istruzione e all'assistenza sanitaria. Oltre un quinto dei bambini laotiani sono sottopeso, il 9% soffre di malnutrizione “debilitante” o grave e un terzo è rachitico. Meno della metà è stato vaccinato. “Potreste non avere alcun interesse per i bambini, ma tutto quello che dovete sapere è che sono il futuro economico – conclude –. Non avrete una grande forza lavoro se quelle statistiche sono il vostro punto di partenza”.

(Tratto da www.asianews.it)

mercoledì 27 marzo 2019

Il Theravada Tripitaka proposto come patrimonio dell'umanità

Sirisena propone all'Unesco il canone buddista come patrimonio dell’umanità

di Melani Manel Perera

Lo scorso gennaio il Theravada Tripitaka è stato decretato patrimonio nazionale. È il testo sacro del buddismo Theravada praticato nell’isola, oltre che in Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos. Presidente: “Così verrebbe preservato il buddismo puro e la continuità della religione per altre migliaia di anni”.




Colombo (AsiaNews) – Il presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena ha proposto che l’Unesco dichiari un canone buddista “patrimonio dell’umanità”. Si tratta del Theravada Tripitaka, il testo sacro del buddismo praticato nell’isola [oltre che in Myanmar, Thailandia, Cambogia e Laos – ndr]. La richiesta è stata consegnata dallo stesso presidente delle mani di Hanaa Singer, coordinatrice residente delle Nazioni Unite, il 23 marzo scorso.

La cerimonia di consegna è avvenuta al Maha Maluwa (Grande terrazza) del tempio del Dente sacro (Temple of the Sacred Tooth Relic) a Kandy. La sua iniziativa è stata lodata dal gruppo buddista Maha Sangha.
Il 5 gennaio scorso il presidente Sirisena ha dichiarato patrimonio nazionale il canone Theravada. La cerimonia si è svolta nel tempio Aluviharaya di Matale. In quella stessa occasione egli aveva manifestato l’intenzione di proporre il pilastro del buddismo anche come patrimonio dell’umanità. Secondo lui, in questo modo verrebbe preservato il buddismo puro e la continuità della religione per altre migliaia di anni.
Il presidente ha affermato che se il testo venisse dichiarato patrimonio Unesco, il merito ricadrebbe sullo Sri Lanka. Alla sua popolazione spetta il compito di “proteggere, coltivare il Tripitaka – che include le predicazioni del Gautama Buddha – e preservarne la scrittura per il mondo”.
Sirisena ricorda che nel 1953 l’ex primo ministro birmano U Nu considerava il canone come “la più importante eredità del buddismo, e descriveva il modo in cui è stato tramandato nella memoria, prima di essere trascritto in Sri Lanka su foglie di ola [palma, ndr] e infine inciso sulla pietra”. Poi ha concluso: “Andremo avanti con la nostra proposta nonostante l’opposizione di qualcuno che ha interessi di parte”.

(articolo tratto da asianews.it)

domenica 24 marzo 2019

Giovani spose per i cinesi dal Sud-Est asiatico: il caso del Myanmar

Tratta di donne dal Myanmar: giovani spose prigioniere in Cina



Gli uomini cinesi sono 34 milioni in meno rispetto alle donne. Questo alimenta il traffico di spose dai Paesi vicini. Myanmar, Cambogia e Laos sono tra le nazioni più colpite dal fenomeno. Negli ultimi cinque anni, circa 5mila birmane hanno subito matrimoni forzati; 2.800 sono state costrette a partorire.



Naypyidaw (AsiaNews) – Le autorità di Cina e Myanmar non riescono a fermare il brutale traffico, legato alla schiavitù sessuale, di giovani donne spesso adolescenti e a maggioranza cristiane dal Kachin – Stato birmano settentrionale dilaniato da decenni di conflitto civile. È quanto emerge dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), organizzazione non governativa internazionale con sede a New York.
Pubblicato ieri, il documento afferma che le donne sono spesso indotte ad attraversare il confine verso la Cina in cerca di lavoro, o rapite e trattenute contro la loro volontà per essere vendute come “spose” di uomini cinesi. La maggior parte delle giovani tenute in ostaggio dalle famiglie cinesi sono tenute prigioniere e violentate. Quelle che riescono a fuggire, spesso sono obbligate a lasciarsi i figli generati con i loro aguzzini.
Come diretta conseguenza della politica del figlio unico, in Cina vi sono 34 milioni di maschi in più rispetto alle femmine. Questo alimenta il traffico di spose dai Paesi vicini, dove povertà e discriminazioni sociali rendono le donne più vulnerabili. Myanmar, Cambogia e Laos sono tra le nazioni più colpite dal fenomeno.
In Myanmar, conflitti etnici, confisca delle terre, trasferimenti forzati e violazioni dei diritti umani hanno innescato una migrazione di massa verso la Cina. Oltre 120mila persone sono state sfollate dagli scontri armati tra esercito governativo e organizzazioni etniche ribelli in Kachin e nel nord dello Stato di Shan – conflitto ripreso nel 2011. Nel solo Kachin vi sono più di 100 campi profughi.
Secondo un recente studio, pubblicato nel dicembre 2018 dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health in collaborazione con la Kachin Women’s Association Thailand, negli ultimi cinque anni circa 106mila donne migranti sono tornate in Myanmar. Più o meno 5mila rimpatriate hanno subito matrimoni forzati con uomini cinesi e 2.800 sono state costrette a partorire un figlio. Il 65% delle donne coinvolte in matrimoni forzati sono state trafficate attraverso un intermediario o un reclutatore.
Nel suo rapporto, Hrw ha intervistato 37 sopravvissute a tali crimini. Gli attivisti dichiarano che le donne sono state vendute a famiglie cinesi per l'equivalente di 3mila dollari Usa (4,59 milioni di kyat) ciascuna. Dodici delle intervistate avevano meno di 18 anni quando sono cadute vittime della tratta. La più giovane aveva 14 anni. Diceva che 22 di loro erano detenuti per un anno o più.
Spesso le donne vengono drogate e tenute prigioniere, lasciate in balia di famiglie con le quali riescono a malapena a comunicare. Heather Barr, autrice del rapporto, afferma che “la maggior parte di loro è stata rinchiusa in una stanza e violentata più volte, poiché le famiglie che le hanno acquistati volevano che rimanessero incinte”.
Tratto da asianews.it.

giovedì 21 marzo 2019

Il Laos è sempre più cinese: nel 2021 la nuova ferrovia collegherà Kunming a Vientiane in tre ore

Infrastrutture: ferrovia Cina-Laos completata per metà, fine lavori nel 2021


Vientiane, 21 mar 04:52 - (Agenzia Nova) - La linea ferroviaria di 414 chilometri che collegherà la capitale della provincia cinese di Yunnan, Kunming, alla capitale laotiana di Vientiane – un progetto dal costo stimato in 7 miliardi di dollari – è stata completa per metà, e dovrebbe divenire operativa nel dicembre 2021, in linea con il calendario ufficiale dei lavoro. Lo ha annunciato il direttore di Lao Railways, generale Somsana Ratsaphong. I treni che viaggeranno sulla linea ferroviaria raggiungeranno una velocità massima di 160 chilometri orari, riducendo il tempo di percorrenza tra le due città da tre giorni a sole tre ore. Il prezzo di un biglietto per l’intera tratta, ha detto Ratsaphong, partirà da 20 dollari.

Il progetto è parte dell’iniziativa cinese della Nuova via della seta, che punta a realizzare una vasta rete di infrastrutture e connessioni estesa dall’Asia a Europa e Africa. L’iniziativa ha raccolto investimenti stimati in 460 miliardi di dollari dalla sua inaugurazione, nel 2013. La linea ferroviaria Kunming-Vientiane dovrebbe unirsi in futuro a un altro progetto finanziato dalla Cina, quello di una nuova ferrovia Thailandese sino a Bangkok, e poi più a sud sino alla Malesia e a Singapore. Il governo cinese si è fatto carico del 70 per cento del costo della ferrovia Kunming-Vientiane, mentre il Laos, la cui economia è quasi interamente agricola, si farà carico del 30 per cento, tramite prestiti contratti con istituzioni finanziarie cinesi. La Cina è il primo investitore straniero del Laos, con 4,5 miliardi di dollari tra il 1989 e il 2016.

Il Laos continua però a scivolare nella cosiddetta “trappola del debito” cinese, mentre prosegue la sua corsa ad affermarsi come “batteria” del Sud-est Asiatico tramite la realizzazione di un gran numero di dighe idroelettriche. L’ultimo e più significativo progetto intrapreso dal paese è quello di Pak Lay, sul fiume Mekong, dal costo di 2,1 miliardi di dollari. I lavori di realizzazione della diga sono stati affidati alla compagnia di Stato cinese Power China Resources, tramite un finanziamento da 1,7 miliardi di dollari della China Export-Import Bank. Altre aziende cinesi, come Sinohydro Corporation e China International Water and Electric Corporation, sussidiaria di China Three Gorges Corporation, sono impegnate a loro volta nell’espansione della presenza cinese nel settore energetico laotino. Ad oggi il Laos avrebbe ricevuto 11 miliardi di dollari in assistenza finanziaria dalla Cina: un importo che nella macro-regione asiatica è secondo soltanto a quello destinato dalla Cina al Pakistan. Questi fondi, caratterizzati dalla Cina come “altri flussi ufficiali” (“Other official flows”) non sono riconosciuti da diversi paesi occidentali come forme di assistenza ufficiale allo sviluppo.

Il Laos, unico paese del Sud-est Asiatico privo di sbocco sul mare e uno dei meno sviluppati nella regione, sconta molteplici priorità di crescita che contribuiscono a gonfiarne il debito. Il primo ministro laotiano, Thongloun Sisoulith, ha dichiarato lo scorso anno che l’indebitamento oltre il livello di guardia è necessario per il paese a crescere e competere economicamente sul piano internazionale, nonostante la crescente preoccupazione espressa dai principali donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie internazionali. “Il Laos, in quando parte dei Paesi meno sviluppati (Ldc, i paesi con un reddito nazionale pro-capite inferiore a 1,025 dollari), ha certamente bisogno di finanziamenti per sostenere il proprio sviluppo”, ha detto il premier a margine della conferenza Future of Asia a Tokyo.

Stando al Fondo monetario internazionale (Fmi), il rapporto debito-pil del Laos ha superato il 60 per cento nel 2017, e raggiungerà il 65,9 per cento l’anno prossimo. L’Fmi avverte che il peso del debito estero è passato da “moderato” a “elevato”, e continua a salire nonostante negli ultimi anni l’economia sia cresciuta al ritmo del 7 per cento annuo. A causare questo aumento dell’indebitamento sono i finanziamenti contratti con la Cina per una serie di progetti infrastrutturali come lo sviluppo dell’idroelettrico sul fiume Mekong e la linea ferroviaria ad alta velocità, la cui realizzazione è iniziata nel 2016 nel contesto della nuova Via della seta. Il premier Sisoulith, però, ha dichiarato a “Nikkei” che il paese “ha bisogno di contrarre debiti”, ed ha sollevato dubbi in merito all’attendibilità dei dati relativi al debito pubblicati dalle organizzazioni internazionali. “Credo abbiano differenti modalità di calcolo”, ha detto il premier.

Il primo ministro del Laos ha annunciato a marzo dello scorso anno che il paese adotterà d’ora in poi una politica delle “tre aperture”, cui il premier ha fatto riferimento la prima volta il mese scorso, durante una conferenza sull’informazione, la cultura e il turismo a Vientiane. Il premier ha esortato tutti i ministeri e le agenzie statali a varare politiche tese a d aprire “le porte, la mente e le barriere” come opportunità per dare una svolta allo sviluppo del paese. Nelle intenzioni di Sisoulith, settimo premier del Laos in carica dal 2016, queste direttrici segnano la nuova linea politica ed ideologica del Partito rivoluzionario del Popolo Lao, il partito comunista laotiano al potere in quel paese dal 1975. Si tratta, come sottolineato dagli analisti di quel paese, di una rielaborazione delle politiche di apertura e riforma orientata al mercato intrapresa dal partito sin dal 1986.

Tali politiche vennero introdotte per superare i modelli di produzione agricola e industriale collettivista di quel paese, e adottare nuovi modelli di proprietà. Le lezioni apprese dalle nazioni sviluppate hanno convinto già da decenni la leadership del Laos che la diversificazione dei modelli di proprietà è la via maestra per accelerare lo sviluppo economico ed abbandonare il gruppo dei paesi meno sviluppati entro il 2020. Sfortunatamente, negli anni la concretizzazione di questo obiettivo politico e l’apertura economica e sociale del paese sono proseguiti a rilento. Il paese ha conseguito una crescita economica sostenuta, ma non è riuscito a dotarsi di una base economica diversificata, e ad oggi dipende ancora in maniera eccessiva dalle materie prime.

In assenza di progressi verso una economia maggiormente dipendente dalle conoscenze e dal know-how, ha avvertito il premier Sisoulith, il paese si esporrà a rischi di collasso economico e finanziario. Per rimediare alla situazione, sin dal 2011 il Partito rivoluzionario del Popolo Lao ha adottato quattro approcci tesi ad accelerare lo sviluppo; il primo di questi approcci prescriveva una rivoluzione nell’approccio e nella mentalità dei funzionari di governo, tramite la rimozione di “vecchi stereotipi, della compiacenza e dell’estremismo”: nel concreto, ciò significava adottare modelli di sviluppo in base alla loro rispondenza all’evidenza empirica e alle reali necessità del paese, più che alla loro aderenza teorica alla dottrina comunista. Il governo si è dato anche come obiettivi lo sviluppo delle risorse umane e la modernizzazione dei processi amministrativi e gestionali. (Fim)

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domenica 10 marzo 2019

L’accoglienza italiana ai boat people vietnamiti, 40 anni fa: una lezione di civiltà per il nostro tempo.


Di navi, sbarchi e approdi.

L’accoglienza italiana ai boat people vietnamiti, quarant'anni fa: una lezione di civiltà per il nostro tempo.



Giovedì 21 febbraio 2019 è stato presentato a Roma, presso il complesso del San Gallicano a Trastevere, il volume di Valerio De Cesaris Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione (Guerini e Associati, Milano 2018) sull’arrivo in Italia, l’8 agosto 1991, di circa 18.000 albanesi, partiti da Durazzo a bordo della nave Vlora e, attraversato il canale di Otranto, giunti nel porto di Bari. La ricerca di De Cesaris, docente di Storia contemporanea all’Università per Stranieri di Perugia, percorre agilmente la vicenda approfondendo le ragioni di quell’esodo e di quello “sbarco”, le reazioni in Italia e le ripercussioni che l’evento provocò nell’opinione pubblica e nel mondo politico italiano di quegli anni. Un aspetto affrontato nel volume  è costituito dalla “scoperta” dell’immigrazione in Italia nel triennio 1989-1991, segnato dalla tragica morte a Villa Literno (Caserta) di Jerry Essan Masslo, giovane rifugiato sudafricano, il 24 agosto 1989: è a partire dall’impatto emotivo e mediatico generato da quell’evento che prenderà le mosse una riflessione politica sul fenomeno migratorio che condurrà nei giorni 4-6 giugno 1990 alla prima «Conferenza Nazionale dell’immigrazione» promossa dal vice presidente del Consiglio Claudio Martelli e alla legge che porta il suo nome.


Alla presentazione hanno preso parte in qualità di relatori Ferruccio Pastore, del «Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione», Alessandro Porro di «SOS Méditerranée» e Daniela Pompei, Docente in Scienze Sociali all’Università Roma Tre e responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati, rifugiati e Rom. Quest’ultima, protagonista fin dai primi anni ’80 dell’impegno a favore dei migranti e dei rifugiati in Italia, ha ricordato fra l’altro l’amicizia con Jerry E. Masslo, ospitato da Sant’Egidio dopo il suo arrivo all’aeroporto di Fiumicino ed accolto nella Scuola di lingua e cultura italiana diretta dalla Comunità nei locali annessi alla mensa per poveri in via Dandolo, nel quartiere romano di Trastevere. Chi scrive ebbe allora l’occasione di conoscere Jerry perché insegnante volontario in quella stessa scuola d’Italiano per stranieri e rifugiati, giunti in Italia perlopiù dall’Africa e dall’Asia.

Accanto al toccante intervento di Daniela Pompei, che ha fra l’altro ricostruito il ruolo giocato da Sant’Egidio anche nella vicenda dei profughi albanesi e rimarcato l’urgenza di scrivere la storia dell’immigrazione in Italia, Alessandro Porro ha ripercorso con meticolosità la vicenda della nave Aquarius, a partire dal salvataggio in mare di 629 migranti sino al rifiuto da parte delle autorità italiane e maltesi di fare attraccare la nave in un porto sicuro.

Due navi, la Vlora e l’Aquarius, accomunate dalla presenza a bordo di donne, uomini e bambini in cerca di un futuro migliore, che seppur a distanza di ventisette anni sono però, afferma De Cesaris, legate da un filo rosso, “quello di una questione immigrazione eternamente irrisolta, vissuta come un’emergenza, con toni sempre allarmistici” (Il grande sbarco, p. 22).

Proprio un paio di giorni prima, il 19 febbraio, si era conclusa la vicenda della votazione in seno alla Giunta per le elezioni e le immunità del Senato che ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti. Il ministro dell’Interno era indagato per i reati di sequestro persona aggravato ed abuso di potere, per aver impedito per cinque giorni, dal 20 al 25 agosto, ai 177 migranti (perlopiù eritrei e somali) a bordo del pattugliatore d’altura della Guardia costiera italiana U. Diciotti di scendere dalla nave, ancorata nel porto di Catania. La provenienza dei migranti dall’Eritrea e dalla Somalia li faceva rientrare a buon diritto nella categoria dei rifugiati bisognosi di protezione internazionale e nelle condizioni di richiedere l’asilo politico. Preceduta dalla consultazione degli iscritti alla piattaforma Rousseau del Movimento Cinque Stelle, la votazione della Giunta del Senato ha visto la richiesta di rinvio a giudizio del ministro dell’Interno respinta con 16 voti contrari e 6 a favore. La decisione della Giunta andrà ratificata o meno da un voto del Senato, che dovrà pronunciarsi entro un mese dalla votazione, entro il 24 marzo. L’esito sembra scontato.

 Altre navi: il soccorso italiano ai boat people vietnamiti.

Il 26 gennaio scorso è scomparso nella sua Varese, dov’era nato 85 anni prima, Giuseppe Zamberletti, considerato il “padre fondatore” della protezione civile italiana. Politico e parlamentare democristiano dal 1968, fu più volte sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza e alla protezione civile. Dopo aver gestito le emergenze dei terremoti in Friuli (1976) e in Irpinia (1980), fu nominato ministro per il Coordinamento della Protezione Civile sotto il secondo governo Spadolini, incarico che ricoprì nuovamente fra il 1984 e il 1987. In seguito all’emozione e al clamore mediatico suscitati dal mancato salvataggio del piccolo Alfredo Rampi, terrà a battesimo il nuovo Dipartimento della Protezione Civile, istituito il 22 giugno 1982.

La figura di Giuseppe Zamberletti resta altresì legata alla più grande operazione di salvataggio in mare mai operata dall’Italia. Nell’estate del 1979, infatti, su delega del Primo ministro Giulio Andreotti, Zamberletti si occupò del coordinamento delle operazioni di ricerca in mare e di salvataggio da parte della Marina militare italiana di 892 boat people vietnamiti, soccorsi nelle acque del Mar Cinese meridionale e condotti felicemente in salvo in Italia nell’agosto di quell’anno.

Chi erano i boat people? Il 30 aprile 1975 l’esercito nordvietnamita entra a Saigon, mentre gli ultimi americani fuggono dalla città. Il Vietnam del Sud viene annesso alla Repubblica socialista del Viet Nam, che il 2 luglio 1976 proclama la riunificazione del Paese. La conquista del Sud da parte dei Vietcong comunisti provocherà nel triennio 1975-1978 l’esodo di circa 2.000.000 di vietnamiti (di cui 600.000 sono cattolici), che fuggono via mare, spesso su piccole imbarcazioni o vere e proprie zattere. Vengono chiamati boat people, la “gente delle barche”. Molti di loro muoiono in mare a causa delle condizioni climatiche avverse e delle tempeste del Mar Cinese meridionale, o perché attaccati e saccheggiati dai pirati. Rifiutati dalle navi di passaggio o rigettati in mare aperto una volta giunti sulle coste della Malesia o della Thailandia, moltissimi non approderanno mai in nessun porto. È stato calcolato in mezzo milione il numero di coloro che hanno perso la loro vita in mare. Altri, soprattutto i primi ad esser fuggiti, saranno accolti nei campi profughi di Hong Kong, Malesia, Thailandia, Indonesia, Filippine, o in Nuova Guinea e Australia.


Nel dicembre 1978, nel tentativo di rispondere all’emergenza umanitaria nel Sud-Est asiatico, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) convoca a Ginevra i rappresentanti di trentacinque paesi e delle organizzazioni internazionali di assistenza: l’obiettivo è quello di suscitare una maggiore generosità nell’accoglienza ai profughi vietnamiti, ai quali si sono aggiunti molti cambogiani fuggiti a causa delle atrocità del regime dei Khmer Rossi (1975-1978) e in seguito alla “liberazione” della Cambogia da parte del Vietnam, iniziata proprio nel dicembre 1978 e culminata nella presa della capitale Phnom Penh, il 7 gennaio 1979. I risultati del summit ginevrino sono deludenti: vengono raccolti 17 miliardi di lire e garantita l’apertura delle frontiere, ma solamente per 5.000 profughi.

La Chiesa si mobilita in favore dei boat people. In Italia la CEI lancia un appello e la Caritas Italiana coordina le diverse iniziative di associazioni, parrocchie e gruppi di ispirazione cristiana. Diverse missioni sono compiute da delegati delle Caritas e di altre realtà cattoliche italiane nei campi profughi di Malesia e Thailandia. Nel giugno 1979 è Giovanni Paolo II a dare respiro mondiale agli appelli lanciati dai vescovi della Malesia, Paese che ha cominciato a rifiutare il soccorso nelle proprie acque territoriali e a rigettare i profughi al largo. Al termine dell’udienza di mercoledì 20 giugno, il papa rivolge un accorato appello alla solidarietà internazionale verso “il dramma che sta accadendo nelle terre e sui mari del sud-est asiatico, e [che] coinvolge centinaia di migliaia di nostri fratelli e sorelle”.


È in questo clima che prende forma la decisione da parte del Governo italiano di intraprendere una missione umanitaria nelle acque del Mar Cinese meridionale. Tre navi della Marina Militare, gli incrociatori Andrea Doria e Vittorio Veneto con la nave da rifornimento Stromboli partono nei giorni 4 e 5 luglio 1979 dai porti di La Spezia e Taranto alla volta di Singapore, dove fanno scalo, e del Golfo del Siam. “La più bella crociera della nostra Marina”, come ebbe a definirla l’allora ministro della Difesa, Attilio Ruffini, si conclude il 20 agosto con il salvataggio di 892 profughi fra uomini, donne e bambini.


A bordo dei due incrociatori salgono anche due sacerdoti vietnamiti, P. Filippo Tran Van Hoai e P. Domenico Vu Van Thien (mentre uno studente, Domenico Nguyen Hun Phuoc, si imbarca sulla nave appoggio Stromboli) per fare da interpreti e raccogliere le richieste dei profughi. Un messaggio viene preparato e rivolto alle imbarcazioni raggiunte:

«Le navi vicine a voi sono della Marina Militare dell’Italia e sono venute per aiutarvi. Se volete, potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi vi porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e infine assistenza e medici. Dite cosa volete fare e di cosa avete bisogno».

Grazie alle frequenti ricognizioni degli elicotteri, vengono individuate alcune imbarcazioni alla deriva. Il 26 luglio una prima imbarcazione carica di profughi viene raggiunta al largo delle coste malesi. Altre barche sono segnalate nei pressi di una piattaforma petrolifera della Esso. In tutto fra il 26 ed il 31 luglio la Marina compie quattro salvataggi per un numero complessivo di 907 profughi soccorsi, fra cui diverse donne incinte e 125 bambini. Alcuni dei profughi, malati o incapaci di affrontare il viaggio di ritorno, saranno fatti sbarcare per cure a Singapore e raggiungeranno l’Italia nei mesi successivi.

Le tre navi giungono infine a Venezia verso le ore 10 del 20 agosto 1979. Ad attenderle c’è una grande folla di curiosi, giornalisti, autorità locali e nazionali. Fra queste, accanto all’on. Zamberletti, il patriarca di Venezia card. Marco Cé, allora vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, e il sindaco della città Mario Rigo.
L'arrivo a Venezia il 20 agosto 1979

Nei giorni e mesi successivi i profughi vietnamiti vengono accolti da comunità religiose, parrocchie o singole famiglie che si sono rese disponibili all’accoglienza. Diverse realtà e movimenti, fra cui il PIME, come numerosi ordini religiosi femminili e maschili offrono alloggio o impiego ai nuovi arrivati. Nuove missioni sono realizzate nei campi profughi di Malesia e Thailandia, come quello vastissimo di Khao I Dang, al confine con la Cambogia. Fra il 1978 e il 1980 più di 3.000 rifugiati vietnamiti, cambogiani e laotiani troveranno sul suolo italiano un “porto sicuro” ed un’assistenza premurosa grazie all’attività di accoglienza della Chiesa nelle sue diverse articolazioni. Alcuni di quei rifugiati, vietnamiti d’etnia khmer o cambogiani, giunsero nella seconda metà degli anni ’80 a Roma e studiarono la lingua italiana nella Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio, trovando lavoro nei tanti ristoranti cinesi della Capitale.

Come si è detto, in questo 2019 ricorre il 40° della spedizione della Marina italiana nei mari del Sud-Est asiatico. Allora gli “interessi nazionali” spinsero il Governo italiano a cercare la “gente delle barche” fin nelle acque del Mar della Cina. È una vicenda di cui essere orgogliosi, in un clima politico e culturale, quello dei nostri giorni, che spinge tanti a ritenere necessario respingere in mare i boat people odierni, spesso in fuga da Paesi dittatoriali come l’Eritrea o l’Afghanistan o devastati dalla guerra e dal terrorismo come la Siria. Fino ad impedire loro di scendere da una nave italiana e di trovare approdo in un porto italiano, come nel caso della Diciotti.

Molti di quei profughi indocinesi di quaranta o trentacinque anni fa, divenuti rifugiati politici in Italia, si sono poi trasferiti in altri Paesi; altri hanno invece messo radici nel nostro Paese e si sono integrati nelle realtà produttive del Nord Italia. In alcuni casi hanno creato centri d’aggregazione sociale e religiosa, cristiana e buddhista. Hanno figli italiani. Hanno stretto amicizie e sono inseriti nel tessuto sociale di piccoli e grandi centri. È una bella storia, d’accoglienza e d’integrazione, che va raccontata. 

©Fabio Tosi 
(pubblicato parzialmente su www.notizieitalianews) 


































domenica 3 marzo 2019

Thailandia: giovani cambogiani musulmani (Cham) reclutati dall'islamismo radicale?

Immigrazione illegale e jihad: allarme in Thailandia



barisan-revolusi-nasionalBangkok (AsiaNews) – Al fine di contrastare l’immigrazione illegale ed il crescente radicalismo islamico nelle province meridionali – dov’è concentrata la popolazione islamica –, il governo thai mette in atto politiche di controllo sulle ponoh, ovvero le madrasse private. Le forze di sicurezza riferiscono che alcune strutture sono utilizzate dai separatisti islamici come campi di addestramento ed ospitano, secondo le stime, centinaia di studenti cambogiani senza regolare permesso di soggiorno.
A tal proposito, l’Ufficio immigrazione (Ib) di Bangkok sta pianificando un incontro con i rappresentanti di oltre 600 scuole islamiche delle province di Yala, Pattani, Narathiwat e Songkhla. Il generale Surachate Hakparn, a capo dell’Ib, dichiara che lo scopo dell’iniziativa è “ascoltare le opinioni dei funzionari scolastici e migliorare la loro comprensione della normativa in materia di immigrazione”.
“Siamo lieti  – aggiunge – che studenti provenienti da Paesi limitrofi vengano qui per la loro educazione religiosa, perché sappiamo che la Cambogia non ha ancora scuole islamiche proprie. Non stiamo dicendo che i cambogiani siano qui per causare problemi nel nostro Paese, ma se si trattengono oltre il dovuto, la polizia deve seguire le leggi e arrestarli”.
Pacific-Security-News.-Muslim-rebels-involved-in-talks-with-the-government-say-they-want-liberation-from-Thailand.-Photo-Credit-to-AFP
Il ministero dell’Educazione ha lanciato un’indagine per registrare il numero di musulmani cambogiani che studiano nelle scuole islamiche del sud, ma i dati non sono ancora disponibili. Le scuole sono ora tenute a presentare al ministero rapporti dettagliati su ogni studente cambogiano iscritto.
Alla fine del mese scorso, 11 musulmani cambogiani di età compresa tra i 16 ei 29 anni sono stati arrestati dopo un’irruzione della polizia nella scuola di Mudrolatulfalah. Poiché il loro visto era scaduto, sono stati deportati nel Paese d’origine. La maggior parte del gruppo è entrata in Thailandia attraverso il valico di frontiera nella provincia di Sa Kaeo, mentre alcuni sono passati per quello di Songkhla. L’operazione di polizia ha avuto luogo per i sospetti sollevati dal programma di allenamento fisico condotto, di notte, nella scuola.
Citando fonti della sicurezza nazionale, il Bangkok Post riferisce che la scuola è da tempo utilizzata dai ribelli islamici come base logistica: il programma di allenamento offerto agli studenti è in realtà un addestramento alla lotta senz’armi. I gruppi armati ribelli stanno cercando di arruolare tra le loro fila giovani musulmani cambogiani. Il gruppo separatista Barisan Revolusi Nasional (Brn), ha già reclutato bambini di 12 anni, nel tentativo di costruire una nuova forza di guerriglia.
Foto Reuters e AFP
(tratto da AD Analisi Difesa, www.analisidifesa.it)

lunedì 14 gennaio 2019

Cina-Cambogia: il premier cambogiano Hun Sen in visita a Pechino dal 20 gennaio

Cina-Cambogia: premier cambogiano Hun Sen in visita a Pechino dal 20 gennaio


Pechino, 14 gen 12:00 - (Agenzia Nova) - Il primo ministro della Cambogia Samdech Techo Hun Sen si recherà in visita ufficiale in Cina dal 20 al 23 gennaio a seguito dell'invito del premier cinese Li Keqiang. Lo ha annunciato oggi il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying. L'ultima visita a Pechino del premier cambogiano Hun Sen risale allo scorso giugno ed era avvenuta per discutere lo stato delle relazioni bilaterali con alti esponenti del governo cinese. In quell'occasione, Hun Sen aveva incontrato il consigliere di Stato e ministro della Difesa cinese Wei Fenghe, cui aveva ribadito l'importanza attribuita da Phnom Penh all'amicizia tra i due paesi e la gratitudine per il sostegno della Cina allo sviluppo socioeconomico e delle capacità difensive cambogiani. Hun Sen si era profuso in elogi per i successi conseguiti dalla Cina sotto la leadership del presidente Xi Jinping.


Il primo ministro Hun Sen, criticato dalla comunità internazionale per presunte violazioni della libertà di stampa e dei diritti umani, aveva però incassato il pieno sostegno della Cina nelle elezioni generali del 29 luglio scorso, che lo hanno consacrato alla guida del paese. Pechino ha infatti contestato apertamente i paesi occidentali, esortandoli a garantire ai paesi più vulnerabili della regione “investimenti, non lezioni”. La Cina sta praticando questa dottrina con particolare convinzione proprio in Cambogia, dove sta finanziando la costruzione di vaste infrastrutture sportive che dovrebbero ospitare i Giochi del Sud-est Asiatico del 2023.

Lo stadio, dal costo approssimativo di 157 milioni di dollari e dalla capienza programmata di 55 mila posti, è il primo e più importante progetto infrastrutturale della cosiddetta “Città dell’amicizia Cambogia-Cina”: un centro che sorgerà 15 chilometri a nord della capitale Phnom Penh, in un’area semideserta, e che includerà anche centri commerciali, un campo da golf e un parco safari. I lavori di costruzione dello stadio sono iniziati alla fine del 2016, e il cantiere, che è vietato riprendere, pare occupare lavoratori cinesi. L’intero progetto è finanziato da Pechino, come dichiarato orgogliosamente dal premier Hun Sen, affermando che la sovvenzione per la realizzazione dello stadio è la più consistente mai concessa dalla Cina per un progetto infrastrutturale all’estero. Il progetto prevede anche la realizzazione di un complesso residenziale di lusso, destinato ad ospitare facoltosi cittadini cinesi.

La Cambogia è dipesa per un quarto di secolo dagli aiuti economici dell’Occidente. Negli ultimi anni, però – proprio in concomitanza con la decisa svolta autocratica del premier Hun Sen – Phnom Penh è divenuta uno dei principali recipienti di investimenti cinesi, come evidenziato da un rapporto del dipartimento di Stato Usa, che riporta dati del Consiglio per lo sviluppo della Cambogia (Cdc). Tra il 2010 e il 2016, la Cina ha investito 9 miliardi di dollari nella Cambogia, che è divenuto così uno dei principali destinatari degli aiuti economici di Pechino nel mondo, seconda soltanto alla Malesia. Nel 2016, Pechino ha operato nel paese più investimenti di quanto abbia fatto il Regno stesso, diventando così la prima fonte di capitali della Cambogia in assoluto.

La Cina si è avvicinata a Phnom Penh anche perché posta di fronte all’ostilità di Vietnam e Filippine per le dispute relative alla sovranità sul Mar Cinese Meridionale; Pechino ha scorto nella Cambogia, membro dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (Asean), una “leva” ideale per impedire l’approvazione di una mozione unanime di quell’organizzazione contro l’espansionismo marittimo cinese. In precedenza Pechino ha scorto la stessa opportunità nel Myanmar, sempre più isolato sul piano internazionale per le gravi violenze contro la minoranza musulmana rohingya. Alla Cambogia, la Cina ha promesso ingenti investimenti infrastrutturali, sotto “l’ombrello” dell’ambiziosa iniziativa della nuova Via della seta. In cambio del suo deciso orientamento pro-cinese, Hun Sen ha ricavato soprattutto un potente alleato politico, grazie al quale ha potuto operare la brusca stretta autoritaria culminata nello scioglimento del Cnrp, il principale partito di opposizione democratica del paese.

mercoledì 9 gennaio 2019

Preah Vihear, Cambogia

Preah Vihear, Cambogia

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin (Unesco), scruta il Patrimonio mondiale

da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019

Bassorilievo con il mito della burrificazione del mare di latte (Kshirasagara manthana)
Mille anni fa, al tempo della massima estensione dell’Impero Khmer nel Sud-Est asiatico, i sovrani della grande città di Angkor decisero di costruire un importante santuario in una zona che per secoli era stata utilizzata da piccoli eremitaggi monastici, in cima a un promontorio roccioso che sovrasta, a 700 metri di quota, tutta la grande pianura cambogiana. Fondato nel IX secolo dal figlio del re Jayavarman II, il sito di Preah Vihear («monastero sacro» in lingua Khmer) venne gradualmente trasformato in un importante luogo di pellegrinaggio, dedicato alla divinità induista Shiva (e anche del dio Vishnu). Negli anni tra il 1005 e il 1050 d.C. il re Sûryavarman I fece costruire la parte centrale del santuario, che venne poi completato nel XII secolo da Suryavarman II.

Il sito, con la sua struttura perfettamente leggibile e la vista grandiosa sulla pianura sottostante, è una testimonianza eccezionale della capacità della cultura Khmer di modellare un vasto territorio e di adattare l’architettura al paesaggio. La sua posizione eccezionale, sulla vetta del promontorio, lo ha protetto nel corso dei secoli da devastazioni e distruzioni. Il santuario, tuttavia, corse un grave pericolo alla fine del XX secolo, quando divenne una base militare dei Khmer rossi, che lo occuparono fino alla fine del loro potere, nel 1997, lasciando poi all’interno un grande numero di mine che impedirono per anni l’accesso al monumento.

Il complesso è disposto lungo un asse monumentale di circa 800 metri in leggera salita verso la cima del promontorio dove si trova il santuario centrale. Il percorso, che corrisponde a un itinerario sacro, è ritmato da 5 grandi porte monumentali (gopura). Il percorso è attrezzato con scalinate e rampe, lungo le quali si incontrano cisterne per l’acqua, gallerie, sale ed edifici monastici.

Il santuario centrale, che si trova sul ciglio del promontorio, è formato da due sistemi di gallerie disposte a forma di chiostro, una tipologia che probabilmente ha influenzato, più tardi, quella del celebre tempio di Ankgor Wat, e da alcuni edifici laterali. Anche se l’accesso al santuario avviene oggi dal lato tailandese, tradizionalmente era possibile arrivare dalla pianura attraverso una lunga scalinata che supera, con oltre 3mila gradini, un dislivello di quasi 500 metri. A questa struttura, che è in condizioni di degrado, oggi è stata affiancata una scalinata in legno. Le strutture architettoniche del santuario sono realizzate principalmente in grès, pietra estratta nella zona a seguito di un’importante operazione di livellamento della montagna, che ha consentito di realizzare il percorso sacro. Alcune parti del complesso, tuttavia, sono state costruite con materiali portati dalla pianura, quali mattoni cotti, travi in legno o elementi di copertura. Grande importanza hanno anche gli apparati decorativi scultorei. Su moltissimi timpani e travi si trovano scolpiti bassorilievi con scene della mitologia induista, come per esempio il celebre mito cosmologico della burrificazione del mare di latte (il Kshirasagara manthana).

Nonostante le ingiurie del tempo e alcune manomissioni subite durante il recente conflitto, il sito ha conservato un elevato grado di autenticità e di integrità, il che ha permesso nel 2008 la sua iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale Unesco. Tuttavia, importanti lavori di restauro e di consolidamento sono necessari per impedire ulteriori crolli delle strutture, dovuti a terremoti e alla fatiscenza dei materiali. Inoltre, un rischio importante per la conservazione del sito è rappresentato dalla tensione politica che è esistita a lungo, per il controllo della zona, tra la Cambogia e la Thailandia, il cui confine si trova a poche decine di metri di distanza dall’ingresso al monumento. Nonostante il sito sia legato indiscutibilmente alla cultura cambogiana, in epoca coloniale un accordo sui confini tra il regno del Siam e la Francia, allora potenza occupante della Cambogia, attribuì la sovranità della zona del santuario alla Thailandia. Dopo la fine della colonizzazione, la Corte di Giustizia dell’Aia accolse il ricorso della Cambogia, a cui attribuì la sovranità del sito, purtroppo senza definire con precisione i confini. Questo creò una forte tensione tra i due Paesi, al punto che, dopo l’iscrizione del sito nella lista del Patrimonio mondiale, avvennero anche scontri armati, con vittime e danni al santuario. Per fortuna oggi si è trovato un modus vivendi pacifico, ma in tutta la zona esiste una forte presenza militare, a testimonianza delle difficoltà che molti siti in zone contese incontrano anche quando sono protetti dalle convenzioni internazionali.

Francesco Bandarin è consigliere speciale dell’Unesco per il patrimonio.
Le opinioni qui espresse sono dell’autore e non impegnano l’Unesco
Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019